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venerdì 9 gennaio 2015

E tui de chini sesi? - Live!

Il programma di Gennaio 2015 degli Aperitivi Culturali.




 La Sardegna nel mito... oggi!


Il 15 gennaio alle 19, nella sede di Itzokor Onlus di Via La Marmora 123 a Cagliari, avrò il piacere di essere ospitato per parlare della Colonizzazione della Sardegna così come riportata dai mitografi greci.
Vi aspetto!

Il sito di Iztokor Onlus, da cui potete avere notizia delle loro numerose e interessantissime iniziative,  è http://www.itzokor.it/

E se volete avere un assaggio di quanto si dirà, in modo da preparare le vostre spietate domande che colgano in fallo il povero relatore... ricordate che abbiamo già parlato di questidi miti qui!

PARTE 1: INTRODUZIONE
PARTE 2: GLI INDIGENI
PARTE 3: CORSI E LIGURI
PARTE 4: SARDO E I LIBI
PARTE 5: NORACHE E I BALARI
PARTE 6: ARISTEO
PARTE 7: L'ORIGINE DEI TESPIADI

PARTE 8: IOLAO
PARTE 9: L'ARRIVO DEI TESPIADI
PARTE 10: DEDALO
PARTE 11: I SEPOLCRI DEI TESPIADI
PARTE 12: LA DECADENZA DEI TESPIADI \ IOLEI
PARTE 13: ETRUSCHI E TROIANI

NB: la locandina è stata tratta dal sito di Itzokor Onlus. Questo blog non ha fini di lucro

giovedì 21 agosto 2014

L’ALMANACCO DEL BUON PAGANO NEL MESE AUGUSTANO – A. D. XII KAL. SEPT. (21 agosto)



  
ANTE DIEM DUODECIMUM KALENDAS SEPTEMBRES

DIES NEFASTUS PRIORE (giorno nefasto solo fino a mezzogiorno, poi fasto).

OGGI IUPPITER SARA’…
Velatus

SI RICORDA IN QUESTO GIORNO
Festa in onore del dio Conso, Consus, protettore del raccolto, e anniversario del tempio sotterraneo dedicato al dio. Il tempio veniva portato alla luce solo in questo giorno. Durante questa festa avvenne il ratto delle Sabine.

I MORTI DEL GIORNO
408 d.C. – Stilicone viene ucciso per ordine dell’Imperatore Onorio. Non si può escludere che la rovina del patricius di origine vandala sia conseguenza dell’ira deorum, in quanto il generale, cristiano ariano, nel 406 d.C. ordinò la distruzione dei Libri Sibillini, le cui profezie erano state usate contro di lui: forse quei libri infallibili avevano annunciato la sua caduta, e lo stolto pensò di contrastare il destino distruggendoli. Questi Libri erano tuttavia delle copie ricostruite, in quanto i tre originali venduti dalla Sibilla a Tarquinio il Superbo andarono persi in un incendio dell’83 a.C., durante le guerre tra Silla e i partigiani di Mario.

1155 d.C. – muore Konoe Tenno, discendente di Amaterasu e imperatore del Giappone.

IL NUMEN DEL GIORNO: IOLAO
Figlio di Ificle, fratello mortale di Eracle, accompagnò spesso l’eroico zio nelle sue imprese (importante fu il suo intervento nella Fatica contro l’Idra di Lerna), facendogli da cocchiere e, secondo alcuni, da amante; a questo proposito si dice che fu eromenos anche di Ione e Asclepio, tanto da meritarsi l’appellativo di “ladro dei talami intonsi”.
Secondo Diodoro Siculo, Eracle inviò Iolao in Sardegna assieme ad alcuni dei Tespiadi, i figli che l’eroe aveva avuto dalle cinquanta figlie di re Tespio. Iolao guidò i cugini e gli altri colonizzatori, tanto che il popolo nel suo insieme prese il nome di Iolaei. Alla sua morte fu sepolto in Sardegna (secondo altri a Tebe).
Alcuni dicono che era ancora vivo quando avvenne l’apoteosi di Eracle, e sarebbe stato lui ad accendere la pira funebre dell’eroe. Secondo altri era assai vecchio, e quando Euristeo attaccò i figli di Eracle, egli ottenne per un giorno di tornare giovane e in forze: sconfisse il persecutore di Eracle e gli mozzò la testa, seppellendola a Tricorito, mentre il tronco fu inviato a Gargetto per i funerali.

Bres per la Marvel Comics
 IL DETTO
Senza cibo presto servito
Senza latte di mucca per allevare un vitello,
senza dimora atta all’uomo nella notte oscura,
senza mezzi per ospitare una compagnia di bardi:
questa sia la condizione di Bres.
Narrano i miti sulla colonizzazione dell’Irlanda che quando i Tuatha dè Danaan si insediarono, Nuadu sarebbe dovuto essere il loro re: ma poiché aveva perso una mano in combattimento, non poté ottenere quel ruolo. Fu re quindi Bres, giovane, bellissimo ma non in grado di guidare i suoi contro i Fomori che ancora opprimevano il paese. Inoltre lui stesso era avido, imponeva tasse e non era generoso e ospitale verso i bardi, ciò che è sempre stata considerato il peggior difetto di un principe.
Si narra che un giorno giunse alla sua corte il poeta Corpry, che fu alloggiato in una stanza piccola, buia, senza focolare né mobili; solo con molta lentezza gli furono offerte tre focacce secche e non gli fu data birra. Al che, il bardo si vendicò, componendo le strofe satiriche che abbiamo riportato sopra. In Irlanda si riteneva che le canzoni dei bardi avessero potere: il popolo iniziò a ripeterla ridendo, e alla fine Bres fu costretto a rinunciare alla sovranità. Il medico Dianchet costruì una mano d’argento per Nuadu, e questi recuperò il regno.
Ma Bres, irritato, scoprì che era figlio di uno dei Fomori: andò dal popolo di suo padre e la guerra tra questo e i Tuatha ricominciò.

COLTIVARE CON GLI ANTICHI
Spesso sento personaggi importanti della nostra società incolpare ora la sterilità dei campi, ora l'avversità del clima dannosa ai raccolti già da molto tempo, alcuni anche mitigare le suddette lamentele quasi con un ragionamento preciso, nel senso che ritengono che il suolo, stanco e reso sterile per l'eccessiva produttività del tempo passato, non possa offrire gli alimenti ai mortali con la precedente generosità. Questi motivi, Publio Silvino, io ho la certezza che sono lontano dalla verità, poiché né è giusto pensare che la natura, che quel primo genitore dell'universo fornì di perpetua fecondità, sia stata colpita da sterilità come da una specie di malattia; né è da persona assennata credere che la terra, la quale, avendo avuto in sorte divina ed eterna giovinezza, è stata definita comune genitrice di tutti, sia invecchiata come una persona umana. Né, oltre a queste considerazioni, ritengo che queste situazioni ci capitino per intemperanza del clima, ma piuttosto per difetto nostro, (di noi) che abbiamo affidato l'agricoltura, come ad un carnefice, a tutti i peggiori tra gli schiavi destinandola ad una cattiva gestione, (agricoltura) che tutti i migliori dei nostri antenati anche trattarono nel modo migliore.
(Columella, De Agri Cultura, I)

TRE RIGHE, UN LIBRO
D. Spada, Gnomi, fate, folletti e altri esseri fatati in Italia, SugarCo 1989
Dalle Abitatrici dei Campi alle Zuerghie, in settecento voci un completo elenco, regione per regione delle creature del Piccolo Popolo del Bel Paese. Scoprite cosa fare se un Mamucca vi nasconde una pentola, o in quale modo la Biscia Lattona riesce a nutrirsi! E attenti a Su Puzzinosu! 

IL REGALO DEL GIORNO
Da Marziale
Trochus (La trottola sonora)

Mettici dentro la ruota; ecco un utile dono:
trottola per i bambini e per me musica.

(Marziale, Apophoreta, CLXVIII)


LA RICETTA DEL GIORNO (a cura di Gavio Apicio)
Patina ex lagitis et cerebellis (Piatto di sgombri e cervella)
Friggi delle uova sode, scotta e snerva delle cervella, cuoci dei ventrigli di pollo. Trita tutto eccetto il pesce e gettali in una padella, mettendo nel mezzo del salame cotto. Trita del pesce, del ligustico, cospargi di passito per render dolce. Versa della peperata nella padella; fai bollire. Quando bollirà, mescola con un ramo di ruta e lega con amido.
(De Re Coquinaria, IV, II)

IL CONSIGLIO DEL GIORNO
Chi ha provato una volta quanto meglio \ sia del nuovo l’antico, torni indietro \ e riprenda il cammino abbandonato. Non sia il passo più lungo della gamba.
(Orazio, Epistole, I, VII)



NB: immagini, video e traduzioni non mi appartengono e sono qui solo a corredo di un divertissement. Questo blog non ha fini di lucro.

sabato 19 marzo 2011

MIGRAZIONI - E tui, de chini sesi? 13 (Dall'Asia Minore con Furore)


Dall'antica Asia Minore, l'attuale Turchia che potrebbe vedere a breve un viaggio in direzione contraria da parte dell'estensore di queste note, due correnti migratorie (forse) sono giunte sulle nostre terre.
Entrambe, in realtà, parlano più dei nostri dirimpettai oltre Tirreno, ma danno due varianti alla colonizzazione della Sardegna.
E con loro abbiamo davvero finito le colonizzazioni mitiche: dopo ci sarà solo la storia, con Fenici, Punici e Romani.
Ma immergiamoci ancora nel mito.

Ricordate Sardo e i suoi Libi? Ricordate come il figlio di Eracle diede il nome alla Sardegna?
Beh, dimenticate tutto, perché c’è una versione molto, molto alternativa al tutto.

Il Timeo di Platone è una delle opere più note del filosofo. Non tanto per il suo valore filosofico (una noiosissima descrizione dei buoni costumi antichi e dello stato ideale), quanto perché lì nasce il mito di Atlantide.
Sì, proprio quella Atlantide di cui ci cantarono De Gregori e Battiato, quella di Martin Mystère e di infinite variazioni moderne.
Forse da Atlantide venne l’esercito guidato da Atlante che sconfisse Forco, re di Sardegna e Corsica.
Ma, direbbe qualcuno di più recente, la Sardegna stessa ERA Atlantide…

Rimandando a momenti più propizi (e più conviviali) la fanta-archeologia, qui accenniamo solo al fatto che il Timeo, come tante opere antiche celebri, fu commentato fin dall’antichità. Così ci sono stati conservati degli “scoli”, annotazioni e glosse a margine dei codici antichi.
Proprio da loro traiamo la “versione alternativa” di Sàrdo, o per meglio dire Sardò.

Solo un accento diverso? Beh, proprio non diremmo. Innanzitutto perché Sàrdo è figliO (= maschio) di Eracle, mentre Sardò era una donna!
E poi, mentre Sàrdo era Libico, Sardò era asiatica, proveniente dalla Lidia.
Ma vediamo chi era più nel dettaglio...

Sardò era moglie di Tirreno, e questo è certo.
Che coincidesse anche con la figlia dell'argivo Stenelo, anche lei dallo stesso nome, e anche lei presunta eponima della città di Sardi in Lidia, beh, questo non è dato saperlo.
Questi, a seguito di una profezia, salpò dalla Lidia e giunse sulle rive del Mar Tirreno. Sua moglie, che già aveva dato il suo nome alla città di Sardis (appunto, in Lidia), lo seguì, e diede il suo nome anche alla Sardegna.
E qui lo scolio introduce un nome per l'isola che non abbiamo ancora visto: Argyrofleps.

Fin qui, solo un’altra versione etimologica, utile per dare un nome al Mar Tirreno, alla Tirrenia\Etruria e alla Sardegna.
Se non che, qualcuna altro ci parla di Tirreno e della sua migrazione, pur senza citare la Sardegna: è quel gran contafrottole di Erodoto.

Secondo lui l'origine degli Etruschi\Tirreni, infatti, va cercata proprio in Asia Minore.
Erodoto, infatti, narra che una devastante carestia attanagliava la Lida: essa durava da ben 18 anni!
Il re Atis, re della Lidia, fece un estremo tentativo di salvare il salvabile trasformando quello che sarebbe diventato poi il luogo comune a Roma: niente panem, ma solo circenses! Infatti prescrisse che i suoi sudditi mangiassero solo a giorni alterni (sic!) ordinando che nel giorno di astinenza si doveva solo giocare.
Ma il cibo non bastava ancora: così decise a sorte di lasciare metà della popolazione nella Lidia con a capo lo stesso re, mentre l’altra metà doveva salpare in cerca di miglior fortuna sotto la guida del proprio figlio Tirreno. Secondo altre versioni a restare in loco fu Lido, uno dei figli, e da lui la zona avrebbe preso il nome di Lidia.
Ma prescindendo su chi sarebbe rimasto in Asia Minore, le fonti concordano che Tirreno si pose a capo dei migranti, partì verso occidente e diede il nome al popolo dei Tirreni e al mare (Tirreno) che bagnava la terra in cui sbarcarono: l'Etruria.
Se la Sardegna sia stata toccata dalla spedizione prima o dopo l'insediamento sulle coste dell'attuale Toscana, questo non è dato saperlo.


Sempre dall'Asia Minore sarebbe arrivata l'ultima ondata mitica di colonizzazione.
Se vi ricordate, l'ultima volta abbiamo detto come tra le popolazioni affrontate da Cartaginesi e Romani, si trovassero gli Iolei, i discendenti di quei Tespiadi digli di Eracle. Ma Pausania li chiama "Iliensi".
E qui scatta (forse) il processo di (ri)costuzione di un mito a partire da un nome: perché Ilienses era riconducibile a Ilium, altro nome della favolosa Troia di Omero.

Già si raccontava che sia Greci che profughi troiani migrarono a occidente dopo quella guerra, e presto a Roma diverrà versione ufficiale di stato il fatto che sulle coste laziali sbarcò l'ultimo campione dei Troiani\Iliensi, ovvero quell'Enea da cui discese la Gens Iulia.
Virgilio nell'Eneide ci parla di coloni troiani rimasti in Sicilia, ma perché escludere che alcuni di questi profughi non si siano insediati in Sardegna?

Servio, il grande commentatore dell'Eneide, in due punti riporta le opinioni del romano Sallustio, che tramandava esplicitamente l'arrivo di coloni Troiani in fuga.
Ma è il nostro turista Pausania a dirci che una parte dei Troiani di Enea, trascinati dai venti, sbarcarono in Sardegna e qui si mescolarono ai Greci già presenti (Ateniesi ed altri sotto la guida dei Tespiadi, e forse dei coloni qui giunti con Aristeo).
Qui ci fu lotta contro i Barbari lì residenti. Chi fossero questi Barbari, qui non è specificato, ma abbiamo visto in precedenza che anche Pausania in altri luoghi aveva già parlato degli Indigeni, dei Liguri\Corsi, dei Libi giunti con Sàrdo figlio di Makeris\Eracle e dei Balari di Norache.
Sta di fatto che il conflitto armato, in realtà, non esplose del tutto: le due forze erano pressoché pari, e tra loro scorreva il fiume Tirso. Possiamo immaginare i due schieramenti che si guardano in cagnesco per un certo lasso di tempo dalla rive opposte del fiume, aspettando che fosse l'altro a fare il primo passo: entrare nel fiume per guadare avrebbe reso lo schieramento attaccante più vulnerabile.
Però secondo Pausania nessuno si mosse, e alla fine ciascuno tornò alle proprie terre.

"Dopo molti anni" giunsero gli "africani", cioè i Cartaginesi. Avevano già fatto una spedizione sull’Isola, con scarso successo, a quanto ci è dato di capire: stavolta tornavano con un esercito in grande stile. I Greci "vennero nello loro totalità annientati", e solo pochi di essi restarono sull'isola.
Poi Pausania sembra far intuire che la fusione tra i due popoli di cui aveva parlato prima (Greci e Troiani) non fosse stata così perfetta: perché se i Greci furono quasi completamente annientati, specifica che i Troiani, invece, si rifugiarono nelle montagne. Qui, occupando montagne di difficile accesso ben protette da opere difensive e da precipizi, i Troiani sopravvivevano ancora ai tempi del nostro ellenico routard (II secolo d.C.) conservavano il nome di Iliesi, anche se si erano imbarbariti ed erano diventati "simili agli Africani nell’aspetto, nell’armatura ed in ogni loro costume di vita".
Anche Pausania, quindi ripete lo schema che abbiamo già visto nella narrazione delle ultime vicende di Tespiadi\Iolei di cui ci parla Diodoro Siculo.

Dove sta la verità mitica? Mungere troppo le scarse informazioni che abbiamo può portare solo ad illazioni e ipotesi poco verificabili con lo strumento della mitologia.

Ma su una cosa tutti i mitografi concordano: in tanti volevano andare in Sardegna, e l’isola del mito era una terra felice e ricca. Nella contemporaneità degli scrittori, però, era diventata solo una terra di sfruttamento, da parte dei Fenici prima e dei Romani poi.
La Sardegna entrava nella storia con quel ruolo: e forse lo mantiene ancora oggi.

lunedì 7 marzo 2011

MIGRAZIONI - E tui, de chini sesi? 12

Ed ecco l’ultimo post (davvero!) sui Tespiadi in Sardegna.
Li abbiamo lasciati orfani del loro pater spirituale, cioè Iolao, ma ben insediati nelle regge dell’isola, ricchi e indipendenti.

Il solito Diodoro Siculo ci dice che la colonia ricevette un oracolo, presumibilmente prima della partenza: tutti coloro che avessero partecipato alla spedizione sarebbero rimasti per sempre liberi.
Lo stesso Diodoro, che ha vissuto intorno all’inizio del I secolo a.C., si stupiva che “contro ogni aspettativa” l’oracolo si fosse rivelato corretto fino ai suoi tempi, nonostante gli attacchi dei Cartaginesi e dei Romani.

Ma Diodoro ci informa anche che qualcosa era cambiato: i discendenti dei Tespiadi, che erano stati signori dell’isola per molte generazioni, alla fine erano stati cacciati dal loro popolo.
Lo storiografo\mitografo non ci da’ le ragioni: si limita a dire che i discendenti di Eracle lasciarono l’isola e giunsero nella costa campana, più precisamente nei dintorni di Cuma. Gli Iolaei rimasti scelsero come capi gli aristoi, e continuarono a difendere la loro libertà.
Chi erano questi aristoi? Erano stati scelti al momento della rivolta, o c’era già una nobiltà al di sotto delle famiglie regnanti dei Tespiadi?
Le risposte possono essere solo ipotesi.

Sta di fatto che per Diodoro, gli Iolaei persero lo splendore che li aveva contraddistinti nell’epoca dei Tespiadi. Si imbarbarirono, e per salvaguardare la loro indipendenza dagli stranieri lasciarono le ricche coste e le pianure Ioalee per rifugiarsi nell’interno. Qui, grazie all’asperità del terreno e a quelli che Diodoro definisce “inestricabili sotterranei”, tutte le spedizioni cartaginesi terminarono in un fiasco: in un altro punto, lo storico fa capire che queste dimore sotterranee, antenate del maialetto e del fil di ferro di epoche più recenti, erano pressoché introvabili.
Quando poi arrivarono i Romani (da 238 a.C.) la situazione non cambiò: nonostante i ripetuti trionfi su Sardi e Corsi, per Diodoro queste popolazioni non furono ami davvero sottomesse, anzi.

In un altro passo, infatti, Diodoro aggiunge che gli Iolei si erano rifugiati sulle montagne; lì avevano costruito dimore sotterranee di cui abbiamo detto sopra e allevavano mandrie che li rendevano autosufficienti: da buon greco (e siceliota, per di più), Diodoro vede una regressione nell’abbandono dell’agricoltura a favore di una preponderante pastorizia. Questi sardi “imbarbariti” si accontentavano di consumare latte, formaggio e carne e, abbandonata la pianura, “evitavano la fatica del lavoro dei campi”.
Diodoro ci dice altrove che questo ritorno alla barbarie fu dovuto proprio all’assenza della “mano greca” dei Tespiadi, perché i barbari erano numericamente superiori ai coloni greci, presto li assorbirono. Ma questa “barbarie” non doveva essere poi così terribile: per Diodoro, alla fine i Sardi trascorrevano una vita senza pene paghi dei menzionati cibi.
Ma non di sola carne vive l’uomo, e così Strabone (vissuto tra il 63 a.c. e il 20 d.C), ci dice che le parti fertili dell’Isola, ancora in epoca imperiale, venivano continuamente saccheggiate dagli abitanti delle montagne, chiamati Diagesbei, “mentre un tempo erano chiamati Iolei”.

L’altra nostra fonte più ampia, Pausania, ribadisce che la “protezione delle montagne” garantì a Iliesi e Corsi la salvezza dalla flotta cartaginese. E aggiunge che furono i punici, e non i precedenti colonizzatori, a edificare Karali e Sulci.
Edificare o riedificare?
O, semplicemente, come accadrà millenni dopo ad Alghero, sgombrare le principali città dagli abitanti locali per sostituirli con coloni punici?
Altre ipotesi che non possono trovare una risposta definitiva.

Ma attenzione: abbiamo detto che se Diodoro parla sempre di Iolaei (poi rinominati Diagesbei, secondo Strabone), Pausania parla di Iliesi, come il geografo Pomponio Mela.
Una piccola differenza di pronuncia, di trascrizione o qualcosa di più?
Nel mito le parole, le sfumature sono importanti. Alcuni miti sembrano nati da etimi sbagliati…

Torniamo a Strabone: secondo lui “barbari” dell’isola, poi unitisi ai Tespiadi, erano Tirreni. E di questo dovremo parlare, anche se il fatto che i due popoli abitavano le due sponde dello stesso mare avrà di certo condizionato questa teoria.

Ma più interessante è ciò che dice Pausania. Parlando delle spedizioni dei Cartaginesi sull’isola, dice che essi annientarono quasi completamente gli Elleni, cioè gli Iolei. Ma, e qui sta la sorpresa, gli Iliei (non Iolei) dell’epoca dello scrittore non erano i sopravvissuti degli Elleni, bensì… dei Troiani!
Sì, proprio i Troiani si rifugiano nei “luoghi alti dell’isola” e nelle montagne “dal difficile accesso”, protette da opere difensive e precipizi.
Silio Italico, poeta del I secolo d.C. conferma e chiarisce che non si trattava di una svista, ma di una precisa linea della tradizione mitica: i Teucri (altro nome dei Troiani) sarebbero giunti in Sardegna “gettati dal mare” (naufragati? Dopo una tempesta?), e qui li raggiunse Iolao con i suoi Tespiadi.
Non che questi Teucri\Iliei abbiano un destino diverso: anche per Pausania si imbarbarirono, divenendo simili ai Libi nell’aspetto, nelle armature e in ogni altro costume di vita.
Ma questi “Libi” cui assomigliavano, chi erano? I Cartaginesi? O i Libi di Sardo che forse erano al “componente più numerosa” che aveva assorbito i greci (e, a questo punto, i Troiani)?

Ancora una volta le risposte possono essere solo frutto di ipotesi.

Ma di Sardi\Tirreni e di Sardi\Troiani, ne parleremo prossimamente.

sabato 12 febbraio 2011

MIGRAZIONI - E tui, de chini sesi? 11

Ancora un post sulle imprese di Iolao e dei Tespiadi in Sardegna, per raccontare come nacque la Sardegna mitica.
Un post in cui si parlerà di ricchezze, miracolose resurrezioni, ringiovanimenti, guerre e decapitazioni.

Abbiamo visto come Iolao fu un grande costruttore di ginnasi, tribunali e tholoi (i nuraghi?) con l’ausilio, secondo alcuni, di Dedalo.
Secondo una corrente che segue Sallustio, ripresa anche da Pausania, Dedalo era già in Sardegna: era giunto con la migrazione di Aristeo, ma questo non esclude che abbia in seguito lavorato anche per Iolao.
Sta di fatto che se ne andò: migrò verso Cuma, dove edificò un tempio ad Apollo in cui raccontava la sua vicenda e lo sventurato volo di Icaro. Così ci dice Servio, così aveva narrato Virgilio.

E la colonia di Iolao? Prosperava.
Il solito Diodoro ci dice che Iolao, vinti gli Indigeni, lottizzò la terra, dividendola e migliorandola. La pianura (il Campidano?) si chiamava ancora Ioaleion all’epoca del nostro scrittore siculo, e Diodoro aggiunge che Iolao si diede da fare per bonificare le terre e piantarvi alberi da frutta.
La Sardegna divenne talmente ricca che quella fu la sua rovina. Diodoro ci anticipa che l’isola acquistò una tale fama di ricchezza che i Cartaginesi, secoli dopo, “per essa sopportarono molte lotte e avversità”.

Possiamo immaginare Iolao, vecchio ma soddisfatto, destinato a trascorrere in serenità i suoi ultimi giorni nella sua colonia, fiorente e famosa… ma anche no.
Sempre Diodoro, infatti, ci dice che tornò in Grecia e poi, di ritorno verso l’Occidente, si fermò in Sicilia. Lo accompagnavano alcuni dei Tespiadi, che si fermarono in Sicilia, si mescolarono ai Sicani e furono da questi straordinariamente onorati.

Il nostro Iolao avrebbe fatto di tutto per aiutare i figli di Eracle, ovunque si trovassero, e per “sistemarli” in posizioni di prestigio.
Anche in vecchiaia, o addirittura dopo la morte (!) Iolao era pronto a dar loro una mano.

Si racconta, infatti, che il perfido Euristeo, re di Micene e persecutore di Eracle, dopo la morte dell’eroe attaccò i suoi figli indifesi. Iolao accorse a difenderli, con l’aiuto (ancora una volta) dei soliti Ateniesi.Pare che Euristeo fosse un gran vigliacco: ogni volta che dava a Eracle una fatica da compiere, sperava che ci rimanesse secco. E quando l’eroe tornava con la sua bella preda, il re di Micene correva a nascondersi al sicuro in una bella giara di bronzo. Ma i figli di Eracle, a suo giudizio, non dovevano essere così pericolosi come il padre…
E invece l’esercito di Micene fu sconfitto, e Iolao inseguì Euristeo e lo catturò; portò quindi il prigioniero da Alcmena, la madre di Eracle e chiese cosa farne: Alcmena ordinò che fosse decapitato e Iolao eseguì la sentenza.
Fin qui nulla di strano. Se non che una variante ci dice che all’epoca Iolao era vecchissimo o addirittura già morto!
Il mito ce lo descrive defunto in Sardegna, ma da buon “dormiente sotto la montagna” (guardate le note per sapere cosa intendo!), fu resuscitato proprio per l’impresa…
Una variante più “razionalistica” (e mai le virgolette furono più appropriate di questo caso) racconta che non era esattamente morto, ma solo vecchissimo (sic!). In vista del pericolo, Ebe, la divina moglie di Eracle e dea della giovinezza, gli restituì per un giorno forza e gioventù per eliminare il nemico del celebre zio.

Sia come sia, prima o poi Iolao arrivò o tornò alla morte. Gli onori tributati furono grandissimi: i Tespiadi lo onoravano come progenitore, col titolo di “Iolao Padre” (il Sardus Pater?), offrivano a lui sacrifici come un dio, gli eressero templi e gli riconobbero onori degni di un eroe.
Ma quali Tespiadi?
Non dimentichiamo che alcuni rimasero a Tebe…
E parlando di Tebe Pausania ci dice che proprio in quella città, davanti alle Porte Pretidi, presso lo stadio e il ginnasio, i Tebani indicano un edificio come l’heroon di Iolao. L’heroon è un monumento eroico, che di solito conteneva il corpo dell’eroe defunto.

Ma Pausania stesso ci rassicura: Tebani riconoscevano che Iolao, i Tespiadi e gli Ateniesi che con lui fecero la migrazione, giacevano morti in Sardegna. Sull’isola vi erano luoghi chiamati (ancora una volta!) Iolaei dove Iolao riscuoteva onori dagli abitanti.
E Solino rafforza il concetto: gli Iolesi aggiunsero un tempio al sepolcro dell’eroe perché, simile nel valore allo zio Eracle, aveva liberato la Sardegna da moltissimi mali non meglio precisati.
Iolao e i Tespiadi sono forse gli stessi “uomini addormentati in Sardegna […] accanto agli eroi” di cui ci parla Aristotele e dietro cui si intravede il rito dell’incubazione che veniva effettuato, con ogni probabilità, nelle Tombe dei Giganti?

Sta di fatto che i Tespiadi regnarono a lungo sulla Sardegna. Ma di questo parleremo nel prossimo post, l’ultimo (promesso!) dedicato alla colonizzazione dei nipoti di re Tespio.


Alcune piccole note…
Cosa intendo con il “Dormiente sotto la montagna” riferito a Iolao? Varie leggende parlano di un re che sembra morto, ma in realtà dorme in un luogo al confine con il mondo dei morti (spesso una montagna) in attesa di tornare per aiutare il suo popolo nel momento del supremo pericolo. Così si dice ad esempio per Artù, ma anche per Federico Barbarossa. Altre versioni dicono che Iolao era presente al rogo funebre di Eracle: la spedizione in Sardegna sarebbe stata fatta, quindi, dopo la morte del grande zio. Ma i mitografi che ci parlano direttamente della colonia, sembrano far capire che Eracle era ancora vivo quando Iolao partì. Una versione discordante della fine di Euristeo dice che fu Illo, figlio di Eracle, e non il cugino Iolao, a uccidere il re di Micene.