Etèoclo, contro la porta Nistea. Contro di lui Megarèo, figlio di Creonte, seme degli Sparti. Lui non lascerà la porta, o pagherà, morendo, il suo tributo alla patria.
... Etèoclo come terzo
balzò fuor dal ricurvo elmo di bronzo,
a vuol condurre le schiere alle porte Nistèe.
Agita in giro cavalle, che s'impennano
sotto i frontali, desiderose di piombare
contro le mura; e con melodia barbara
le musoliere sibilano, piene
del soffio delle narici e del fragore.
Né lo scudo è fregiato da una immagine umile.
Un oplita sale i gradini della scala,
contro la torre dei nemici, e vuole abbatterla,
ed anch'egli grida, con intrichi
di lettere, che giú da quella torre
neppure Ares può rovesciarlo.
da "I sette a Tebe", Eschilo (mio adattamento)
Una notula...
L'Etèoclo (o Etèocle) di cui si parla in questo luogo non è il fratello di Polinice, che anzi è il capo dei Tebani che resistono ai Sette.
Se il numero dei Sette Capi è costante, non lo è il nome.
Più spesso, invece che questo Etèocle Argivo, si nomina Adrasto, re di Argo, che Eschilo preferisce "tenere sullo sfondo" e non inserisce nell'elenco degli attaccanti.
NB: l'immagine non è mia, questo sito non ha fini di lucro.
Prosegue
il viaggio tra le canzoni di Vinicio Capossela ispirate al mito,
viaggio che è iniziato QUI
Tra
le canzoni “mitike” di Vinicio Capossela contenute nell'album
“Marinai, profeti e balene” forse “Nostos” appare come la più
semplice da decrittare: gran parte del testo è ripreso dal Canto
XXVI dell'Inferno della Comedìa di Dante.
I
meno distratti da insegnanti di lettere*, ricorderanno che nella
Bolgia dei Consiglieri Fraudolenti (l'Ottava), Diomede e Ulisse
dividono una sola fiamma antiqua, puniti per l'eternità per aver
portato alla distruzione Troia con l'inganno del cavallo.
E
ricorderanno la tipica frase da docente: “Dante non conosceva il
greco, e sapeva pochissimo di Omero e dell'Odissea. Le sue fonti,
soprattutto Virgilio, gli dicevano che Ulisse era arrivato dalla maga
Circe e poi... E poi Dante dovette inventare”.
Così
Dante inventa l'ultimo viaggio di Ulisse, il “folle volo”. Una
delle più potenti, belle, profonde riflessioni sull'uomo, sul suo
destino, sul suo rapporto con Dio.
Ma
seguiamo la scelta dei testi che Vinicio Capossela ha fatto.
“Né
pietà di padre
né
tenerezza di figlio
né
amore di moglie
ma
misi me per l’alto mare aperto
oltre
il recinto della ragione,
oltre
le colonne che reggono il cielo,
fino
alle isole fortunate,
purgatorio
del paradiso
Nostos
Nostos
Fino
alle terre retro al sol e sanza gente”
Capossela
inizia dal terzo verso della narrazione dell'Ulisse di Dante, ovvero
dalle motivazioni che non ci furono.
Nè
il padre, né il figlio (e questa diade iniziale non ci può far
dimenticare che Dante conosce, invece, benissimo Virgilio e la scena
della fuga da Troia di Enea), né l'amore per la moglie possono
trattenere Ulisse dalla sua sete di conoscenza.
E
sta qui la differenza fondamentale tra l'Ulisse Omerico e quello
dantesco: il primo viaggia per il Nostos, il ritorno; il secondo
viaggia per non tornare.
Ma
per andare dove?
“Il
recinto della ragione”: se la pietà (sentimento filiale e di
devozione agli dei) non è sufficiente, anche la ragione non basta.
In fondo sta per iniziare un “folle volo”, no? Quanto al
“recinto”, è un ostacolo, un limite, ma anche una difesa. La
Terra non è forse il Migd-gardr, il “recinto di mezzo” tra il
sopra e il sotto? E la ragione non è equilibrio?
Le
colonne d'Ercole sono una metafora troppo conosciuta per doverle
approfondire: i limiti oltre il quale l'uomo non doveva spingersi. E
Vinicio fa un'aggiunta tratta dal mito, sì, ma simbolica: se è vero
che una delle colonne è l'Atlante del Marocco, la forma pietrificata
del Titano che regge il cielo, il limite è ancora più simbolico.
Perché Atlante sifdò gli di, e fu punito, e il Cielo, il Kosmos
ordinato, si basa, si fonda, su questa punizione. Non superare i
limiti concessi: in fondo Lucifero non era stato punito per la sua
superbia?
Le
isola fortunate sono un topos fin dai romani. Nell'Atlantico ci sono
isole dove l'infelicità non esiste. Thule, Merich, Antilia, Hy
Brazil... isole da tempo scomparse, o forse esistite solo nel sogno
dei marinai che volevano trovare una casa che non fosse la casa che
già conoscevano. Perché chi ha provato l'onda che si muove, mal si
adatta alla terra che sta ferma.
E
infine l'anticipzione: il “purgatorio del paradiso”. Quello che
aspetta Ulisse, se non che per lui sarà, caso unico nella storia, il
purgatorio che porta all'Inferno.
E
poi il coro che invoca il Nostos, il ritorno che nonci può essere,
nelle terre di retro al sole e senza gente. E se non ci abita
nessuno, il volere di Dio è ben chiaro prima ancora della
conclusione.
" Itaca
ha dato il viaggio
le
sue ombre di viti nel sole e nel miraggio
le
abbiamo portate dentro
come
una bussola
ci
ha fatto andare oltre gli incantesimi
e
i Lestrìgoni
oltre
le lusinghe dell’eterna giovinezza
ma
a ritornare ora
la
troveremmo vuota di gente e piena di sonno
Itaca
ha dato il viaggio, Itaca ha dato il viaggio
l’hai
avuta dentro, ma non ci troverai nessuno”
Il
secondo blocco è il ricordo, e la delusione del futuro.
Itaca,
la petrosa Itaca da baciare belli di fama e di sventura. Itaca ha
dato il via al viaggio, come luogo di partenza, da lasciare, e come
luogo inziale di ritorno. Come luogo, l'abbiamo già detto, cui non
tornare.
“Ombre
di viti nel sole e nel miraggio”: Itaca è un sogno, un sogno che
viene dal vino, dall'illusione che il sole offre ai marinai stanchi.
Sempre lontana, sempre inafferrabile come le illusioni, gli
incantesimi e i “diversi perigli” di Lestrigoni e altri mostri.
Oltre le “lusinghe dell'eterna giovinzza” di una Calipso che
l'Odisseo di Capossela incontrerà in un altro brano e che l'Ulisse
di Dante non incontrò mai.
Perché
Itaca non può essere la vera meta?
Lo
ripetiamo: Itaca è un ricordo che non c'è più, è un sogno.
A
ritrovarla, ci sarebbe solo la disillusione, senza più nessuno di
quelli conosciuti (vivi o morti, che siano. O semplicemente
cambiati), ma solo con il sonno che precede la morte.
Itaca
è morta? Forse.
Forse
è davvero solo la bussola, la motivazione che serve a muoversi
eternamente per tornare verso un luogo ritenuto santo, ritenuto
felice. Come le Isole Fortunate di sopra.
E
allora, forse è meglio non scontrarsi con la dura realtà, mantenere
l'illusione dei Nomi e non incontrare mai la delusione dei Paesi, non
essere un Narratore proustiano che sa sognare solo a occhi aperti, ma
non riesce a dormire, e quindi non sogna mai davvero, non gode il
sogno per quello che è: un desiderio che deve rimanere tale.
Meglio
non tornare a Itaca.
“Fatti
non foste a viver come bruti
ma
per seguir virtute e canoscenza
considerate
la vostra semenza
considerate
la vostra semenza”
Uno
dei versi più famosi di Dante. Una trappola: il motto dei satanisti
“buoni”. (Ehi, sì, ce ne sono! Hanno un concetto di Lucifero un
po' diverso dal Principe delle Tenebre... anzi: per loro è il
Principe della Luce).
L'uomo
misura di tutte le cose o l'uomo con la sua dignità? Qual è la
semenza dell'uomo? Divina o bestiale? Davvero non fummo fatti per
vivere come bruti, se il peccato fu mangiare dell'Albero della
Conoscenza del Bene e del Male?
“Nostos
nostos,
perdere
il ritorno
batti
le ali,
fare
da remi al volo
ali
al folle volo!
Fino
alle terre retro al sol e sanza gente
fino
alle terre retro al sol e sanza gente”.
Battere
le ali. Già detto all'inizio del canto, ma dedicato a Firenze nella
sua invettiva: “Godi,
Fiorenza, poi che se' sì grande \ che per mare e per terra batti
l'ali, e per lo 'nferno tuo nome si spande”. Capossela rovescia:
i remi non diventano ali, come per Dante, ma all'opposto le ali
(della fantasia? Del ricordo?) si fanno remi.
Le
ali di un volo folle, un volo verso la rovina. Un volo verso l'unica
terra del “mondo sanza gente”, la salvezza del marinaio e
dell'anima. Una salvezza che però a Ulisse e ai suoi è negata: il
ritorno è perduto per sempre.
Capossela
taglia qui. Non ci è dato sapere cosa accadrà davvero al suo
Ulisse, se tornerà a casa, come vaticina il profeta in “Dimmi
Tiresia” (brano precedente a “Nostos” in questo album) o se
accadrà quanto dice il ghibellin fuggiasco:
“Tre
volte il fé girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa
in suso e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che
’l mar fu sovra noi richiuso". **
Però
“I fuochi fatui”, brano sempre dello stesso album, termina con la
voce narrante di Ismaele: “Il mare ci si richiuse sopra come
all'epoca del grande diluvio \ e io soltanto mi sono salvato per
potervelo raccontare” . Forse
ai veri marinai, ai capitani co(olt)raggiosi è concessa solo questa
fine.
*esseri
notoriamente in grado di far odiare il meraviglioso Dante a chiunque
**
Nella cultura filosofica di stampo aristotelico la mente umana è
rappresentata come una nave. La poppa è la memoria, la
prua è la fantasia, o immaginazione.Fonte wikipedia
NB: immagini, testi e video non sono miei. Questo Blog non ha fini di lucro
“Cosa sappiamo
del mito della creazione? Cosa significa esattamente parlare di atto
della creazione? Porsi questa domanda comporta l'inizio di
un'indagine estremamente difficile perché non esiste un unico mito
egizio che esponga un chiaro, logico e coerente resoconto della
creazione, o almeno non in un linguaggio che la mente moderna può
comprendere. Per la maggior parte troviamo invece una pluralità di
miti creazionistici provenienti da diversi centri religiosi, e
ciascuno rende gli eventi chiave nel proprio modo caratteristico,
impiegando una terminologia abbreviata e oscura, come se il racconto
fosse troppo potente per poter essere espresso apertamente.”
da A.F. Alford, La piramide dei segreti, Fabbri, 1 (traduz. J. Sanders)
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Su esso un uomo (un uomo?),
dall'aspetto quasi femmineo, androgino. L'espressione dolce che solo
la crudeltà sa dare a un volto.
Un corpo, al centro della sala. Ai
confini tra la vita e la morte. Un corpo d'uomo forte, un corpo
d'eroe. Immobile nelle sue membra.
E' Pelope? Tieste? Agamennone? Edipo?
Polinice? Nessuno lo sa.
Un canto dal buio, voci di donne
lontane nello spazio, nel tempo, nel significato.
“Euoè!”, gridano, “Euoè!”
Dal buio figure velate di madri,
sorelle, figlie. Dal buio figure decise o esitanti o bramose di
padri, fratelli, figli. Nei loro occhi una luce ferina e feroce,
umana e disumana insieme.
Vengono per il pasto, la mensa del dio.
Sul trono, come su un palco, Dioniso
sorride. E' la sua festa.
Quel corpo è un'altra, sempre la
stessa tragedia che gli viene immolata. Poeti, studiosi, attori
mortali di un giorno futuro, dopo questi mortali presenti, verranno
per cibarsi al suo banchetto immortale.
Sorride, Dioniso, col suo ingannevole
sorriso. E indica il corpo.
“Prendete e mangiatene tutti”,
dice.
Buio.
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Il sacro ha bisogno di essere circondato di
mistero, come diceva Lucano nella Farsaglia
a proposito dell’assenza di rappresentazioni antropomorfiche nelle radure sacre
dei druidi: "Aumenta il terrore non conoscere gli dei che bisogna
temere"
“[...] giacché
per noi la realtà degli esseri non sopravvive a lungo alla loro
morte, e dopo qualche anno sono come quegli dèi delle religioni
abolite cui si reca offesa senza timore perché si è smesso di
credere alla loro esistenza”
Marcel Proust, Albertine scomparsa, ed. Meridiani Traduz. di G. Raboni
"La mitologia è uno strumento meraviglioso, un forte stimolo alla creazione, e ti consente di dire cose che altrimenti sarebbe molto difficile esprimere. Quelle strutture archetipiche continuano a essere fondamentali nella nostra vita". Neil Gaiman