Visualizzazione post con etichetta apocalisse. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta apocalisse. Mostra tutti i post

martedì 1 giugno 2010

MITOLOGIA INDIANA - Avatar non su Pandora! 11


E infine, al termine della nostra cavalcata tra i Desavatara di Vishnu, ecco Kalki(n).
Infine non a caso: Kalki è l'Avatar che verrà (secondo un etimo del suo nome: "kal ki avatar"), il decimo e ultimo Maha Avatara, che arriverà al culmine della corruzione di questo Kali Yuga. Il suo arrivo segnerà la fine di questo periodo "nero" per far ricominciare il grande ciclo con una nuova età dell'oro, un nuovo Krita Yuga.

Kalki è il "Cavallo Bianco" (o "Vishnu sul cavallo bianco", come viene raffigurato), e svolgerà il suo ruolo di Avatar coerentemente con i suoi predecessori: egli sarà il "distruttore della malvagità" ("kalka" significa anche "sporcizia, malvagità") che riporterà l'ordine al suo punto di partenza naturale.

Quando accadrà l'avvento di Kalki? Come nelle profezie escatologiche classiche, il "dove e quando" non sono specificati, a meno di non fare riferimento all' "anno di Brahma": il Kali Yuga (la nostra era) dovrebbe durare 1.200 anni e tradizionalmente è iniziato la mezzanotte del 18 febbraio 3102 a.C., momento della "morte" di Krishna.
Quindi ci troveremmo già in un nuovo Mahayuga (la sequenza di 4 yuga)... ovvero nell'età dell'oro!
Per non cadere in tentazioni Leibnitziane, ricordiamo che, per altri studiosi Vishnuiti, il Kali Yuga durerà 432.000 anni, e quindi Kalki apparirà sul cavallo bianco (e spada fiammeggiante) nell'iperbolica cifra dell'anno 428.899 d.C..

Il Kalki Purana è più preciso, specie negli obiettivi di Kalki: egli verrà a sconfiggere le tradizioni ritenute eretiche (dai gruppi integralisti Vishnuiti, per lo meno) in quanto non aderenti alla tradizione dei Veda, come Buddhismo e Giainismo.



Alcune piccole note
In alcune versioni del Buddhismo ritroviamo Kalki: egli sarà noto come Kulika, il re di Shambala, il leggendario regno che sarà fondato quando tutta l'umanità sarà illuminata.

In alcune rappresentazioni il cavallo di Kalki è alato. In alcuni passi è chiamato Devadatta, "Dono di Dio".

Ovviamente le interpretazioni di Kalki e del momento della sua venuta si sprecano, anche se molti studiosi concordano che la cifra di 432.000 anni sia simbolica (così come i 1.200 anni potrebbero essere non anni intesi in senso umano).

Come è avvenuto per il Messia atteso dagli Ebrei, nel corso della storia molti uomini si sono dichiarati come Kalki finalmente arrivato.
Savitri Devi Mukherji, autore vicino al nazismo, vide in Kalki la profezia dell'avvento di Hitler, destinato, a suo dire, a restaurare l'ordine e la superiorità degli Ariani.

Alcuni teosofisti (ripresi da alcuni esponenti New Age) hanno cercato di conciliare la figura di Kalki con quella del cavaliere in groppa al cavallo Bianco dell'Apocalisse tradizonalmente identificato con il portatore della "pestilenza"). A sostegno della loro tesi riportano che Kalki, in alcune fonti. affronterà i due gemelli Koka e Vikoka, in cui si vuol vedere la trasposizione dei Biblici Gog e Magog.

Per chi crede al 2012, ricordiamo che il calendario Maya riporta come data iniziale il 11 agosto 3114... non così lontano dalla data di inizio del Kali Yuga. Per i Maya siamo nell'era del quarto sole, come il Kali Yuga è la quarta era... si lascia al lettore la "facile" dimostrazione di come i 1.200 (o 432.000) anni indù possano esser conciliati col 21 dicembre 2012 (o 2013) attraverso un simbolismo scelto ad hoc.

È stato ipotizzato che il Kalki Purana sia stato scritto come risposta induista alle profezie buddhiste del Kalachakra Tantra o quelle relative a Maitreya.

lunedì 27 aprile 2009

Catastrofi a scelta - I Cinque Soli degli Aztechi III


Secondo gli Aztechi, la nostra era è stata preceduta da altre quattro, ciascuna dominata da un sole. Tutte le ere si conclusero con enormi catastrofi che spazzarono via il mondo che, in seguito ad esse,dovette essere ricreato.

Come detto, il quarto Sole, il Sole d’Acqua terminò con un Grande Diluvio.

Tuttavia il Sole d’Acqua, più pietoso dei suoi predecessori, quando stava per scatenarsi la grande catastrofe, convocò un uomo e una donna, Tata e Nena, che lavoravano i campi.

Il Sole d’Acqua disse loro della catastrofe imminente, e li invitò a salvarsi in questo modo.

“Al centro della foresta – disse - cercate un albero molto alto e robusto. Sulla sua cima praticate una cavità, alta sul suolo, entrate in essa e restatevi finché le acque non siano defluite. Quando tornerete sulla terra, però, non mostratevi avidi e prendete solo ciò che basta a vostri bisogni: una pannocchia di mais per ciascuno”.

Così Tata e Nena corsero nella foresta, e al centro di quella trovarono una pianta vecchia di secoli, così alta che sembrava toccare il cielo. Si arrampicarono lungo il tronco e all’attaccatura dei rami trovarono una cavità naturale: l’allargarono solo un poco, e ne fecero un comodo rifugio.

Il Grande Diluvio spazzò via tutto, e acque coprirono ogni cosa, ma dal loro rifugio Tata e Nena videro passare i relitti di quella tremenda alluvione: alberi strappati, pentole ed arnesi degli uomini, i cadaveri degli altri esseri umani e degli animali. Solo i pesci sopravvissero.

Quando finalmente l’inondazione cessò e le acque scesero di livello, i due scesero dall’albero. Avevano fame, e appena videro un pesce nuotare in un corso d’acqua, lo presero e lo arrostirono.

Il fumo del loro pasto salì in cielo e fu visto dal Sole d’Acqua che, irritato dalla disobbedienza al suo comando, prese un grande randello e colpì violentemente i due sopravvissuti alla testa, distruggendo quella parte del cervello che ne faceva esseri simili agli dei: Tata e Nena furono tramutati in cani.

domenica 26 aprile 2009

Il Mito: una definizione (?) con tante parentesi e virgolette -2



Ci siamo detti che una definizione di “mito” comunemente intesa nella lingua italiana, reca con sé due elementi importanti, entrambi negativi rispetto alla “religione”.
Il primo è che il mito si fonda sull’irrazionalità, sulla “falsità”.
Il secondo è che il “mito” è sottilmente diverso dalla religione: anche da quelle del passato, non più seguite (la religione è l’elemento “quotidiano”, “vissuto” dai fedeli, “razionale”… seppur secondo la logica interna alla religione stessa), ma soprattutto da quelle moderne.

Insomma: i miti alla base delle religioni del passato sono racconti semplicistici o comunque falsi, mentre alle fondamenta delle religioni attuali c’è la verità, letterale nella sua narrazione o trasposta in una forma accessibile. Ma comunque la narrazione è fondata sulla verità.
(Un discorso a parte meriterebbero i miti della scienza agnostica o atea, ovviamente…).

Eppure, pur nelle ovvie differenze narrative, come negare che la storia della nascita di un uomo\eroe\dio da una vergine sia un tema presente in diverse mitologie?
Come non voler riconoscere che il tema della morte e resurrezione del dio\eroe fosse diffuso non solo nel bacino del Mediterraneo ben prima del I secolo d.C.?
Come non vedere nei mille anni di pace dopo l’Armageddon dell’Apocalisse uno specchio del ritorno dell’Età dell’Oro cantata da Esiodo e Virgilio?

Gli stessi autori medievali e studiosi del Cristianesimo non negarono queste somiglianze, anche perché vivevano in epoche vicine a chi aveva creduto in quei miti.
Avevano già trasformato le fonti sacre dei pagani in fonti cristiane attribuendone la paternità a un santo. Avevano già trasformato gli dei pagani in demoni ingannatori (leggete quella sintesi miticamente cristiana che è il Paradiso Perduto di Milton, se non ci credete), e Perseo in San Giorgio.
Ora, semplicemente, videro in questi temi ed episodi tanto simili alle credenze “vere” e “rivelate”, una “miracolosa anticipazione”, una sorta di profezia imperscrutabilmente concessa anche ai nobili spiriti non cristiani.

Insomma: una sorta di “interpretatio christiana” nella più pura scia dell’uso Romano di identificare negli “dei stranieri” le caratteristiche delle proprie divinità e insieme annettendo ai propri dei di partenza caratteristiche dei loro “omologhi” stranieri.

E così siamo arrivati al paradosso dei frati cattolici che videro nel segno della croce tenuto in rispetto dai Maya (rappresentava i punti cardinali), nelle loro cerimonie di battesimo e rinascita il segno inequivocabile che San Tommaso (l’apostolo delle Indie… orientali!) fosse giunto in quelle terre centinaia di anni prima di loro.

Ovviamente ciò conduce a un altro paradosso: ciò che è “mito” (= falso) in una religione “pagana”, diventa “ricordo deformato” (di verità) o “intuizione di verità”, se entra nel sistema della religione che lo valuta. Così Gesù è “figlio di Dio” nel Cristianesimo, ma “profeta” nell’Islam.

Ok, direte voi. Bella tirata. Ma da qui al poco tempo che ci vuole perché ci stanchiamo di leggere ste’ cose, in questo blog cosa intendete per “mito”?