giovedì 13 marzo 2014

Citazioni citabili



Assurde visioni
Vivere è far vivere l'assurdo. Farlo vivere, è soprattutto guardarlo. Al contrario di Euridice, l'assurdo muore soltanto quando se ne distoglie lo sguardo.
A. Camus, Il mito di Sisifo


L'immagine non mi appartiene è (c) della DC Comics - Vertigo ed è tratta da Sandman Special #1 - La favola di Orfeo testo di Nei Gaiman e disegni di B. Talbot

domenica 9 marzo 2014

Evocazioni

Da Torino a Salonicco
Cleo - Ivan Graziani


Una canzone che ho sempre amato… e più mitica di così (quasi) non si può! :-)

martedì 25 febbraio 2014

Le prove della sposa

LA PAZIENZA DELLE MOGLI


Vi abbiamo narrato tempo fa di qualche baldo giovane che doveva superare delle prove per poter sposare l’amata.
Oggi vi racconteremo di tre spose che dovettero affrontare delle ingiuste prove dopo il loro matrimonio. Se vi sia un legame, un filo sottile che collega queste tre storie allo stesso mito, lo lasciamo decidere ai nostri lettori.

La prima sposa viene dal mito celtico.
Nel libro gallese chiamato “Il Primo Ramo del Mabinogion” si racconta di Rhiannon: ella appare all'eroe Pwyll a cavallo di uno splendido cavallo bianco. Come spesso accade nel mito, una apparizione del genere rende la caccia inevitabile: Pwyll guida i suoi migliori cavalieri al suo inseguimento, ma non riescono a raggiungerla. In realtà il cavallo della donna è solo un'illusione creata da lei per potersi isolare con Pwyll. Dopo tre giorni, rimasti ormai soli, Pwyll la raggiunge e le chiede di fermarsi. E qui Rhiannon si dichiara all'eroe: preferirebbe sposare lui piuttosto che il malvagio Gwawl, l'uomo a cui è stata promessa.
Pwyll sconfigge Gwawl e i due si sposano. Dopo tre anni (notate la ricorrenza del numero tre) nasce loro un bambino. Ma questi scompare dalla culla la notte stessa della sua nascita.
Il bimbo era affidato a sei dame di compagnia della regina; esse temono di essere messe a morte per la scomparsa dell’erede di Pwyll, e per non essere incolpate spargono il sangue di un cucciolo su Rhiannon mentre dorme e pongono le sue ossa attorno al suo letto. Al risveglio di Rhiannon, le dame di compagnia affermano che il bambino è stato divorato da lei. Pwyll crede alle dame: non vuole uccidere la moglie, ma punisce Rhiannon relegandola nella corte di Arbeth per sette anni; lì, seduta vicino al palo dei cavalli fuori dall'entrata, deve raccontare la sua storia ad ogni passante e a richiesta lo deve portare sulle spalle fino alla corte.
Ma il bambino non è morto. Teyrnon ogni anno subiva il furto dei puledri nati dalla sua cavalla; stanco di ciò, tende un agguato al misterioso ladro e riesce a tagliargli la zampa. Il ladro fugge, e lascia sul posto il puledro appena nato e un bimbo che Teyrnon e sua moglie adottano. Lo chiamano Gwri Wallt Euryn (Gwri dai Capelli d'Oro), ed è eccezionale: come Apollo o Vali o i gemelli Aehser e Aehsaertaeg, cresce precocemente: dopo sette anni è già adulto e riceve il puledro nato la notte del suo ritrovamento.
A questo punto Teyrnon capisce di chi è figlio e lo riporta a Pwyll: Rhiannon viene perdonata dell'ingiusta accusa e chiamerà suo figlio Pryderi (ovvero "Preoccupazione").

La seconda sposa deriva da una storia dai tratti fiabeschi, narrata da Giovanni Boccaccio nella decima giornata del Decameron: narrata da Dioneo è l’ultima novella dell’opera.
Siamo alla decima giornata e, sotto il regno di Panfilo, l’ “onesta brigata” dovrà narrare di chi, con cortesia e magnanimità, ha avuto avventure d'amore o di altro genere.
Dioneo narra di Gualtieri, marchese di Saluzzo. Questi, è spinto dai suoi sudditi a sposarsi contro il suo volere. Quasi per ripicca, sceglie in sposa una ragazza figlia di un pastore, tanto povera quanto bella, di nome Griselda.
Nonostante le umili origini, Griselda si rivela buona e gentile, e si comporta con tanta dignità e onorevolezza, che tutti ben presto imparano a volerle bene. Alla nascita del primo figlio (una bimba) Gualtieri è felice; ma "per matta bestialità" il marchese decide di mettere alla prova la pazienza della moglie: vuole vedere se davvero lei è obbediente e del tutto sottomessa ai suoi voleri. Prima le riferisce che tutti parlano male di lei perché è di origine plebea. Anche la bambina non è vista di buon occhio proprio perché è figlia sua e lui è criticato perché l'ha sposata. Quindi manda alla moglie un servo che le porta via la bambina facendole credere (ma senza dirlo apertamente) che il padre la vuole morta. Griselda, pur soffrendo molto, non si ribella: chiede solo che sia sepolta, sempre se il marito non abbia ordinato altrimenti.
In seguito nasce un maschio. Dopo la gioia iniziale, Gualtieri riprende il suo piano, e lo sottre alla moglie. Anche questa volta Griselda soffre in silenzio.
Nessuno dei sudditi, e men che mai Griselda, sanno che Gualtieri ha mandato i figli a Bologna dove li fa allevare da una sua parente. Anzi: i sudditi iniziano a contestare il loro signore. Gualtieri, però, continua nel suo atteggiamento, pur essendo molto colpito dalla "costanza" della moglie che di lui dice solo bene.
Passati tredici anni e Gualtieri decide di sottoporre Griselda all'ultima prova. La fa convocare davanti a tutta la corte e le dice che ha chiesto al Papa la dispensa per sposare un'altra donna, una nobile, perché lei è di troppo bassa condizione per lui. Ora che il Papa gli ha dato il permesso lei deve immediatamente andarsene da palazzo così come vi era entrata.
Il giorno delle nozze Gualtieri aveva fatto rivestire da capo a piedi Griselda prima di portarla via dalla sua misera casetta: lei chiede solo, se possibile, di potersene andare in camicia e non nuda come vi era, appunto, entrata, perché i sudditi del marchese non vedano nuda la madre dei suoi figli; inoltre l'unica dote che aveva portato con sé era la sua verginità, e lui non gliela può più restituire. Gualtieri, generosamente glielo concede. Griselda torna in silenzio dal padre, che da tempo si aspettava una cosa del genere.
Dopo un po' di tempo Gualtieri fa venire di nascosto da Bologna i suoi figli, dicendo a tutti che la fanciulla (dodicenne!) è di famiglia nobile e sarà la sua nuova sposa. Poi fa chiamare Griselda e le ordina di mettere in ordine il palazzo e di preparare tutto alla perfezione per le nuove nozze. Griselda obbedisce senza fiatare. Il giorno del banchetto tutti ammirano la giovinetta, anche Griselda che dice che è bellissima. Gualtieri la fa chiamare e le chiede cosa ne pensa della sua scelta. Griselda risponde che la fanciulla è bellissima ma lo prega di risparmiarle le "punture" che ha dato a lei perché si vede che è stata allevata "nelle dilicatezze" e non in fatiche come lei e non ce la farebbe a sopportarle.
Finalmente Gualtieri considera felicemente concluso il suo esperimento e le rivela la verità: quelli sono i suoi figli, lui l'ama più che mai e ora torneranno tutti assieme e vivranno per sempre felici e contenti. Tutto finisce in gloria.



La terza sposa è Psiche, di cui Apuleio narra la fabula nella parte centrale delle sue Metamorfosi.
Psiche è la bellissima figlia minore di un re. E’ talmente bella che le genti dei paesi limitrofi la chiamano “Venere”. La vera dea della bellezza, però, non tollera rivali: prova invidia per lei e invia suo figlio Cupido perché la faccia innamorare dell’uomo più brutto della terra. Ma la freccia che deve far innamorare Psiche colpisce per sbaglio Cupido, e il giovane dio si innamora della fanciulla.
Un oracolo dice al padre di Psiche che la ragazza dovrà sposare un mostro: così ella viene abbandonata su una rupe, ma è solo un trucco di Cupido che, con l’aiuto di Zefiro [1] la conduce in un castello: lì Psiche vivrà nella ricchezza e nell’amore, ma con la proibizione di vedere mai il suo sposo.
Come ogni buon divieto delle fiabe, questo viene violato: spinta dalla gelosia delle sorelle, Psiche viene spaventata e tentata, e così una notte, mentre il suo sposo dorme, avvicina un lume e finalmente vede il volto del marito. In preda all’emozione, le cade una goccia rovente  dalla lucerna che aveva in mano; la goccia brucia Cupido, svegliandolo. Il divieto è stato violato, e il dio abbandona la moglie.
Sconsolata, Psiche vaga alla ricerca del marito, finché Venere la prende con sé. Ma l’invidia della suocera non è placata: sottopone Psiche a terribili prove.
Come prima cosa, la ragazza deve suddividere un mucchio di granaglie di varie dimensioni in tanti mucchi uguali; Psiche riceve un aiuto inaspettato da un gruppo di formiche, che provano pena per lei.
La seconda prova consiste nel raccogliere la lana d'oro di un gruppo di pecore [2]. Questa volta Psiche è aiutata dalle informazioni date da una canna verde: le pecore diventano infatti molto aggressive con il sole e lei dovrà aspettare la sera per raccogliere la lana rimasta tra i cespugli.
Poi Venere incarica la nuora di raccogliere acqua da una sorgente che si trova nel mezzo di una cima tutta liscia e a strapiombo. L’aiuto stavolta arriva dall'aquila dello stesso Giove.
L'ultima prova è la più difficile: Venere da’ a Psiche un’ampolla e incarica la ragazza di scendere nell’Ade e chiedere alla dea Proserpina, moglie di Plutone, di riempire quell’ampolla con un po' della sua bellezza. Psiche, disperata, medita il suicidio: salita su una torre per compiere l’estremo gesto, viene aiutata dalla torre stessa. Compiuta la missione, Psiche è mossa dalla curiosità, apre l'ampolla e scopre che il dono di Proserpina non è altro che un sonno profondissimo, simile alla morte.
Eros vede la sua sposa, sfugge al controllo della madre e va a risvegliare Psiche. Così vanno insieme da Giove, che si commuove e fa sì che Psiche diventi una dea, che può sposare sull’Olimpo Cupido. Da loro nascerà una figlia che si chiamerà Voluptas, cioè “Piacere”.




[1] Zefiro in versione servo invisibile sembra il modello per l’Ariel de La Tempesta di Shakespeare.
[2] i velli d’oro di arieti e pecore meravigliose tornano più volte nel mito greco. Si vedano i miti di Elle e Frisso (prologo della saga degli Argonauti) e quello del meraviglioso ariete di Atreo. 



PS: le immagini non mi appartengono e sono tratte dal web; qui sono a corredo dell'analisi. Questo blog non ha fini di lucro.

martedì 18 febbraio 2014

Nella rete di Poseidone



Le notizie girano in tempo reale sulla rete. Attenti ai fake!


PS: si vede così tanto che il tempo per aggiornare il blog è poco? :-)


NB l'immagine non è mia, ma è presa dal web e non mi appartiene

giovedì 13 febbraio 2014

Test divini



QUI la versione online della Rivista Riza ci offre un quiz per sapere a quale dio assomigliamo di più.

PS: questa è la mia "diagnosi"

Ti "abita" Saturno: non scacciare il disordine

Sempre fedele a te stesso, sei una sicurezza per chi ti circonda. Ordinato e organizzato, fin nei dettagli. Proprio come ti suggerisce Saturno, la divinità dell’ordine universale, che fissa ogni cosa in un posto preciso e immutabile. Il caos non fa parte della tua natura: ti infastidisce, ti turba, fino a trasformarsi in ansia. Guai, poi, se un imprevisto disturba i tuoi progetti! Ma ricorda: il disordine fa parte della vita. E, come scriveva Nietzsche, “Ci vuole il caos perché nasca una stella”.

L'immagine è tratta da QUESTO SITO e non mi appartiene. Questo Blog non ha fini di lucro e non è in alcun modo legato al sito www.riza.it

sabato 18 gennaio 2014

Scudi Mitici - 2. Lo scudo di Eracle



Continua la nostra analisi delle immagini rappresentate sugli scudi degli eroi dell’epica classica. Dopo aver sfiorato l’argomento QUI (gli scudi dei Sette contro Tebe) abbiamo iniziato al disamina QUI, analizzando lo Scudo di Achille così come descritto nell’Iliade, mentre QUI abbiamo parlato di altri scudi: quelli di Agamennone, di Atena e di Perseo.
 
Eracle contro Cicno in un vaso del Louvre

LO SCUDO DI ERACLE 
 
Ad Esiodo, autore delle Opere e Giorni e della Teogonia, è per tradizione attribuita la paternità anche di un poemetto epico in 480 esametri: sul modello dell’Iliade il poeta descrive lo scontro tra Eracle e l’eroe Cicno, ma concentra la sua attenzione sull’ekphrasis dello scudo che viene fabbricato per il figlio di Zeus da Efesto, il fabbro divino.
Ne consegue che il titolo convenzionale del poemetto sia Aspis (alla latina: Scutum Heraclis), ovvero “Lo Scudo (di Eracle)”.

Il modello è l’Iliade, dicevamo; ma non è un modello ripreso pedissequamente.

Sulla scia di Omero, il poeta racconta dei materiali utilizzati: l’opera di Efesto non è solo un capolavoro tecnico che 

“nessuno
avrebbe infranto né ammaccato di colpi”, 

ma una profusione di ricchezza. Ecco dunque smalto, avorio, oro, elettro… In questo, lo scudo di Eracle ricorda quello di Achille ricco d’oro e d’argento, e l’armatura d’oro di Glauco di Licia, che valeva cento buoi.

Poi l’autore passa a indicare le immagini modellate dal fabbro degli dei.

Al centro dello scudo del Pelide dominava una raffigurazione del cielo stellato.
Qui, al contrario abbiamo un drago[1] di cui si mettono in evidenza gli aspetti per i quali la figura “ispirava indicibile orrore”: pupille oblique, brillante come fuoco, le zanne della bocca. Sopra di lui vola Eris, la Discordia, che fa schierare in battaglia gli uomini e sottrae il senno a chi osasse affrontare il figlio di Zeus.
Segue poi una lista di figure simboliche che a partire da un ambito “militare” progressivamente giungono agli aspetti più individuali e crudeli della guerra (l’Attacco, la Fuga, la Strage, lo Strepito, l’Omicidio, il Tumulto, la Rissa), e su tutti la mortale Chera, la quale afferra un ferito e un illeso, e trascina via brutalmente un morto (“ghermendolo al piede”).
Non è un combattimento glorioso: le anime sprofondano sotto terra nell’Ade, e il poeta indulge sugli effetti di putrefazione sotto la calura estiva.
La Chera ha una veste macchiata di sangue umano, e ha comportamenti bestiali: guarda  in modo terribile, grida, fa strepito, dal suo petto dodici teste di serpente minacciano chi osasse lanciarsi contro il figlio di Zeus; le sue insegne mandano fiamme e i serpenti sono azzurri sul dorso ma dalle mascelle nere.
Non è la guerra gloriosa fatta di agguati e assedi che abbiamo visto nello scudo di Achille: è una congerie di immagini spaventose (o tali, nella percezione del poeta), il “brutto” della guerra.

Seguono immagini di animali selvaggi (cinghiali, leoni) che si azzuffano; già alcuni di essi sono morti, e il sangue si sparge.[2]

Dalla lotta tra animali si passa a un’altra lotta mitica: quella dei Centauri contro i Lapìti.
Da un lato gli eroi che lottarono dalla parte dei Lapiti (Ceneo, Driante, Pirítoo, Pròloco, Oplèo, Falèro, Esòdio, Mopso figlio di Ampìco, Titarèsio figlio di Marte, e soprattutto l’ateniese Tesèo), raffiguranti in argento con armi d’oro ai fianchi.
Dall’altro i Centauri bestiali, fatti in argento e armati di abeti modellati nell’oro. Il poeta ci tiene a sottolineare l’abilità del fabbro, poiché la rappresentazione era estremamente realistica (“così come se fossero vivi”).

Segue poi il carro di Ares (padre di Cicno!) che, coperto di sangue, eccita al combattimento gli eserciti e insieme toglie loro la vita, affiancato da Deimos e Phobos: è l’Ares di Omero, l’aspetto brutale della lotta.
Ma Atena Tritogenia, protettrice di Eracle e avversaria di Ares nell’Iliade, stavolta non è da meno: qui la dea dagli occhi azzurri non è tanto la ‘guerra ragionata’, poiché è “desiderosa di preda” e pronta alla “cruda battaglia” anche lei.

Se i due dei della guerra si preparano allo scontro, altri dei danzano al suono della cetra di Apollo, quasi indifferenti alle sofferenze umane e più intenti a seguire una gara di canto tra le Muse.

Perseo in un vaso greco
Poi scendiamo nel mondo degli uomini, anche qui colorato di mito: un porto con delfini guizzanti, pesci e nuotatori; un pescatore pronto a gettare la rete.
Non è chiaro se in relazione a questo, Danae cinge i calzari alati a Perseo che vola lontano con la testa della Gorgone Medusa nella bisaccia d’argento, e l’elmo di Ade in testa; le altre Gorgoni inseguono Perseo, terribili nell’aspetto, poiché sopra la cintola di ognuna di loro sorgono due dragoni.

Sopra questa scena una lotta tra armati attorno a una città attaccata, sotto lo sguardo delle mogli dei combattenti disperate e dei vecchi che supplicavano gli dei per la salvezza dei loro figli. Nel frattempo le Parche coperte di sangue facevano ressa attorno ai caduti, desiderose di berne il sangue, per poi straziarli con le unghie e gettarli nell’Ade.
La zuffa si concentra sopra un caduto, e sopra questa lotta sta il Dolore,
“la querula Ambascia odïosa,
pallida, magra, cascante di fame, le gambe stecchite,
e l'unghie lunghe lunghe sporgean dalle dita: colava
dalle narici moccio, cadevano giù dalle guance
stille di sangue; ed essa, con grande stridore di denti,
stava, e sugli òmeri suoi si addensava la polvere fitta,
molle di pianto.”

Presso questa scena una città difesa da sette porte d’oro (Tebe? [3]), con scene di divertimento e sposalizio tra imenei, danze, zampogne, cetre e flauti. Davanti alla città gare di cavalli, e scene di aratura, mietitura e vendemmia.
Altrove gare di lotta e pancrazio, e di caccia alla lepre con cani; gare di carri col premio di un tripode.
 
Le nozze di Peleo e Teti
Infine, intorno a tutto, l’Oceano rigonfio, con cigni che volano sopra esso e pesci che guizzano.

La descrizione dello scudo, come detto, in parte riprende, in parte innova il modello dell’Iliade: abbiamo la guerra, benché nei suoi aspetti più crudi (l’assedio, la battaglia); la presenza di figure allegoriche legate al combattimento (come nello scudo di Agamennone troviamo Deimos e Phobos, come in quello di Achille Eris e la Chera) e la Gorgone (era nello scudo del Re di Micene e in quello di Atena); la raffigurazione di Ares e Atena; la città con il matrimonio, la campagna con le sue attività, la caccia (qui è alla lepre, nello scudo di Achille era ai leoni che avevano ucciso un toro); l’Oceano che circonda tutto. Il drago al centro dello scudo di Eracle richiama i draghi sul collo e sul balteo dell’armatura di Agamennone.
Se tradizionalmente l’Aspis è successivo all’Iliade, le descrizioni dello scudo di Atena come lo ritroviamo nelle statue sono riportate da autori più recenti, e non possiamo sapere la precedenza delle immagini.
Per dirla tutta: che sullo scudo di Atena (sia Parthenos che Promachos) ci fosse la lotta contro i Centauri, è una conseguenza dello Scudo di Eracle, o era una raffigurazione tradizionale delle armi della dea, ed è stato il poeta dell’Aspis ad averla ripresa? [4] Non mi pare possibile risolvere una volta per tutte la questione.
 
Perseo e la Gorgone
Quanto alla Gorgone, abbiamo detto come questa figura apotropaica fosse diffusa non solo sugli scudi mitici, ma anche sugli scudi di più comuni mortali.
Nello Scudo di Eracle essa fa parte della “storia di famiglia”, ovvero di quel Perseo uccisore della Gorgone che era l’antenato del nostro eroe.

Queste le singole immagini. Ma come interpretare complessivamente lo scudo?

L’epica è uno specchio dell’interpretazione del mondo, dei valori ideali proposti, delle aspettative del poeta sulla vita e sulla memoria dell’uomo che rimane dopo la morte.
Come abbiamo già detto lo scudo di Achille descriveva un kosmos ordinato e “solare”, in cui la guerra aveva la funzione, tutto sommato, di datrice di gloria. E’ una raffigurazione coerente col mondo degli eroi di Omero [5], con la scelta di una vita breve ma gloriosa.

Nello scudo di Eracle quel mondo è superato. Si tratta di un nuovo mondo: un mondo cupo, spietato, dove la guerra non è gloriosa, ma terribile.
Se è vero che le armi di difesa hanno spesso avuto un ruolo “psicologico” importante di minaccia e sbigottimento dell’avversario[6] qui, secondo il Lesky, si va oltre: “sono descritti gli orrori della guerra e sono radunati i demoni della distruzione” [7].
E’ il mondo di Esiodo, quello dell’Età del Ferro: la sofferenza, l’ingiustizia, la corruzione hanno sostituito la felicità dell’Età dell’Oro; un mondo dove il conflitto è la norma, e gli uomini non muoiono più come colti dal sonno, come sotto il regno di Crono, ma in battaglie crudeli, circondati da demoni che bramano il sangue e la strage. [8]

Ma forse questa è una semplificazione eccessiva, e i due mondi non sono così lontani come sembrano a prima vista: se l’autore dell’Aspis in effetti indulge ed insiste su aspetti macabri, dobbiamo però rilevare che, in realtà, non fa che ampliare l’idea di guerra sanguinaria che era già sottesa allo scudo di Agamennone.

Dovremo attendere il terzo grande autore epico dell’antichità per avere, attraverso un altro scudo, una nuova interpretazione del mondo: sarà il latino Virgilio, e lo scudo sarà quello di Enea.

Ancora la Gorgone e Perseo, dal Dinos del Pittore della Gorgone


Alcune piccole note… 
L’Aspis è organizzato per blocchi tematici: si inizia con l’inganno di Zeus ad Alcmena e la nascita dell’eroe; segue l’incontro tra Eracle, accompagnato da Iolao, e Cicno col padre Ares in un bosco dedicato ad Apollo; c’è la descrizione delle armi; Atena garantisce la sua protezione ad Eracle; la lotta tra Cicno ed Eracle a imitazione del duello tra Achille ed Ettore e morte di Cicno, colpito al collo come accadde al principe di Troia; Eracle con l’aiuto di Atena ferisce Ares (come Diomede aveva ferito lo stesso dio nell’Iliade); sepoltura di Cicno; la tomba di questi, però, viene distrutta dal fiume Anauro su ordine di Apollo perché Cicno ed Ares spogliavano i pellegrini diretti a Delfi.

Il Cicno di cui si parla in questo post è figlio di Ares e Pelopia; non lo si confonda con due altri eroi, figli di Poseidone, e legati all’area Troiana
Il primo era il re di Colone, città davanti a Tenedo, che fu protagonista di una vicenda simile a quella di Teseo, Fedra e Ippolito; poi fu ucciso da Achille.
Il secondo combatté nella Guerra di Troia: si dice che fosse invulnerabile, e che Achille lo uccise spingendolo in acqua fino a farlo affogare… a colpi di scudo. La vicenda si svolse nelle fasi iniziali della Guerra di Troia, e lo scudo di cui si parla non è, ovviamente, quello fabbricato da Efesto al decimo anno di guerra.
Giochi funebri: la corsa dei carri.
[1] è pur vero che la costellazione del Draco è vicina alla Stella Polare; quindi il richiamo celeste ci potrebbe essere, seppur meno chiaro di quanto abbiamo visto nello scudo di Achille.

[2] la lotta tra cinghiali e leoni era sicuramente un topos ricorrente: lo ritroviamo anche nel mito di Polinice e Tideo alla corte di Argo, che abbiamo visto nella nostra disanima dei Sette a Tebe QUI.

[3] una delle versioni più accreditate sulla nascita di Eracle, vuole che questa sia avvenuta proprio a Tebe. Il lieto evento, però, dovrebbe essere precedente all’attacco dei Sette.

[4] la lotta contro i Centauri si ritrova anche sulle metope del lato Sud del Partenone, assieme alla Gigantomachia sul lato Est (che, come visto, era sullo scudo della statua di Atena Parthenos) e l’Amazzonomachia sul lato Ovest; le metope del lato Nord probabilmente raffiguravano la Guerra di Troia.

[5] l’Omero dell’Iliade, per lo meno; il poeta dell’Odissea ci mostra un Achille che nell’Ade si pente della sua scelta.

[6] de Chesnel ricorda un passo di de Bourdeilles de Brantome. Secondo questo, ancora nel XVII secolo l’elmo (il morione) delle compagnie francesi dell’epoca “oltre che essere utile durante gli assalti per proteggersi dalle pietre e dalle sciabolate, […] era bello e espouventable à veoyr” (citato in G. Santi-Mazzini, La macchina da Guerra 1 – dal Medioevo al 1914, in Militaria, Milano 2006, pag. 183).

[7] A. Lesky, Storia della Letteratura Greca, Il Saggiatore, Volume 1, Parte IV, I: Esiodo. Da notare che Lesky, sulla scia di diversi studiosi, contesta l’attribuzione a Esiodo del poemetto (drastico il giudizio: “un poeta di modeste qualità ha deformato la tradizione epica, cercando di innalzarla”), pur riconoscendo l’antichità dell’attribuzione, forse già nel 600 a.C.: significativo per lo studioso è il fatto che Eracle non sia equipaggiato con clava e pelle di leone, che in seguito divennero attributi “obbligatori” della sua figura.

[8] è una visione terribile della morte simile a quella che troviamo nelle raffigurazioni delle tombe etrusche, dove i trapassati sono accompagnati e a volte tormentati da demoni come Tuculcha (dalla chioma di serpenti come le Gorgoni) o Chàrun.
Tuchulcha
Le citazioni del poema sono tratte da QUI, le fonti delle altre sono indicate in nota. Citazioni e le immagini non mi appartengono, ma sono qui poste a corredo dell’analisi. Questo blog non ha fini di lucro.

sabato 28 dicembre 2013

Scudi Mitici - Intermezzo

Dopo una pausa, riprendiamo il nostro discorso sugli scudi mitici iniziata QUI, dove abbiamo narrato degli scudi dei Sette a Tebe, e QUI, dove abbiamo parlato dello scudo di Achille così come viene descritto da Omero nell'Iliade.
Eroe greco su vaso: il suo scudo ha la testa di Medusa

GLI SCUDI DI AGAMENNONE, ATENA E PERSEO

Nel mito e nell'epica classica due scudi hanno un posto d'onore, benché non al livello di quelli di Achille, Eracle, Enea: sono quelli dell'Atrìde Agamennone re dei re, e di Perseo. Assieme a loro non possiamo dimenticare quello di Atena Promachos, la guerriera. Esso dovrebbe essere il modello mitico di ogni scudo, anche se le immagini in esso raffigurate sono forse discendenza e non origine degli scudi degli eroi.

Lo scudo del re di Micene ha l'onore di apparire nell'Iliade prima di quello di Achille. Siamo nel Canto Undecimo (vv.15-46), e il Sire degli Achei si appresta a scendere in battaglia dopo l'impresa notturna di Odisseo e Diomede che ha rianimato gli spiriti in verità un po' depressi dei Danai.
Agamennone si veste di "bronzo accecante": gambiere con copricaviglia d'argento; la corazza donatagli dal suo ospite Cinira di Cipro, fatta di dieci strisce di smalto nerastro, dodici d'oro e venti di stagno, con sul collo draghi di smalto, tre per lato; balteo d'argento con un serpente a tre teste fatto di smalto; elmo con due cimieri e quattro ali. Per armi la spada con borchie d'oro e due aste con punta di bronzo.
E poi c'era lo scudo.
Non si tratta di uno scudo così riccamente decorato come quello di Achille, non merita una lunga ekphrasis, ma è comunque uno scudo notevole: era 
amphibrotèn, poludaìdalon aspìda thòurin,
kalèn
cioè "uno scudo (aspis) che copre tutta la persona, lavorato con fine arte (o 'con svariato lavoro'), bellicoso, bello"; correvano in giro dieci cerchi di bronzo e venti borchie di stagno, e al centro una borchia di smalto nerastro. A corona dello scudo la "tremenda visione" della Gorgone che guardava torva, e attorno a lei i due figli di Ares: Deimos (il 'Terrore') e Phòbos (la 'Paura').
Guerrieri e scudi da un vaso corinzio

Si tratta di uno scudo deciamente funzionale alla guerra più che all'estetica. E' pur vero che, a quanto sembra, Cratete di Mallo aveva interpretato i cerchi di bronzo di questo scudo come una allegoria delle orbite celesti (kykloi), ma assieme ai dati tecnici (il bronzo, le borchie) ecco un'immagine forte, quella della Gorgone e di Deimos e Phobos, destinata a spaventare i nemici.

La Gorgone al centro dello scudo non stupisca: lingua sporgente, zanne di cinghiale, guance rigonfie, bulbi
La testa di Gorgone sull'Egida
oculari fissi verso l'osservatore, serpenti attorcigliati attorno al volto, una barba forse a imitazione di strisce di sangue... Il volto della Gorgone appariva su pendagli apotropaici e su scudi di guerrieri in vasi del V secolo.

Ma non è la sola apparizione nell'Iliade: le prime armi descritte con dovizia di particolari appaiono nel Libro V (vv. 729-742) e appartengono addirittura alla dea della guerra 'intelligente', ovvero Atena, protettrice sia di Achille che dell'Atride.
La testa di Medusa appare al centro dell'Egida di Atena, per terrorizzare i suoi nemici o addirittura pietrificarli.
Cosa fosse l'Egida non è pienamente chiaro: la radice (e l'interpretazione degli autori) sembra portare ad 'aix,
aigòs', la Capra. Ecco quindi che questo scudo della dea, fatto della pelle di capra del Gigante Pallante, si orna della testa della Medusa, offerta da Perseo, attorniata da Lotta (che compare anche nello scudo di Achille), Paura (come nello scudo di Agamennone), Forza e Inseguimento, come ci dice Omero (qui nella versione di Vincenzo Monti) nel Libro V dell'Iliade, vv. 729-742
Né Minerva s'indugia. Ella diffuso
il suo peplo immortal sul pavimento
delle sale paterne, effigïato
peplo, stupendo di sua man lavoro,
e vestita di Giove la corazza,
di tutto punto al lagrimoso ballo
armasi. Intorno agli omeri divini
pon la ricca di fiocchi Egida orrenda,
che il Terror d'ogn'intorno incoronava.
Ivi era la Contesa, ivi la Forza,
ivi l'atroce Inseguimento, e il diro
Gorgonio capo, orribile prodigio
dell'Egìoco signore. […]
Quindi per Omero la testa della Gorgone è posta sull'Egida, che qui chiaramente è una sorta di armatura, o comunque una sopravveste del torace.
Ma in altre versioni questa (maledetta) testa si trova sul suo scudo.

Dobbiamo rifarci al mito di Perseo e la Medusa, la più conosciuta tra le tre sorelle Gorgoni.
Ricordiamo che tutto partì da una delle tante 'promesse incaute' del mito (e della fiaba): Perseo, figlio di Zeus
Atena e il suo scudo
e Danae, non poteva fare un dono di nozze a re Polidette, quindi si offrì di procurargli qualunque cosa il re avesse chiesto. Forse Polidette sorrise a quelle parole: in fondo le dichiarate nozze con Ippodamia erano solo uno modoper attirare Perseo nella trappola che avrebbe dovuto eliminarlo e consentire al re di prendere Danae, il suo vero obiettivo. Sia come sia, il re costrinse Perseo ad andare alla ricerca della testa della Gorgone. Il mostro era uno dei più pericolosi: era in grado di trasformare in pietra qualunque creatura vivente avesse incrociato il suo sguardo.
Ma l'eroe non era solo: la sua sorellastra Atena, che aveva motivi di rancore verso la Medusa, gli diede indicazioni e oggetti in grado di aiutarlo nell'impresa. Tra i vari oggetti, l'eroe ricevette uno scudo da Atena. Non aspettiamoci descrizioni su cosa ci fosse raffigurato: contava solo che il suo bronzo era talmente lucido che poteva fungere da specchio. Così, quando l'eroe si avvicinò alla Gorgone dormiente ed essa di alzò per attaccare, lui vide solo il suo riflesso nello specchio: il potere pietrificante della Medusa era vano se non la si guardava direttamente, e Perseo la decapitò senza problemi.
La testa però mantenne il suo potere: con essa Perseo pietrificò il titano Atlante che lo aveva insultato, il mostro Ketos per salvare Andromeda, e poi la usò per sconfiggere Polidette. Infine Perseo la donò alla sua dea protettrice e, come detto, Atena la collocò al centro del suo scudo... o della sua Egida.

Uno specchio di bronzo da una necropoli calabrese

Alcune piccole note
QUI potete trovare alcuni punti della discussione su come Cratete di Mallo (ripreso da Eustazio) avesse interpretato lo scudo di Agamennone, e le sue relazioni con lo scudo di Achille. Secondo l'autore il riferimento cosmico si adatterebbe più a questo scudo (fatto con 'kykloi', stessa parola usata per le orbite celesti) che a quello di Achille (dove le cinque zone sono 'ptykes')

Deimos e Phobos sono i nomi dei satelliti del Pianeta Marte. Hanno una curiosità: sono stati scoperti prima della loro scoperta ufficiale! Jonathan Swift, nei Viaggi di Gulliver (Parte III, Capitolo 3, anno di Grazia 1726) dice che 
They [the Laputians] have likewise discovered two lesser Stars, or Satellites, which revolve about Mars; whereof the innermost is distant from the Center of the primary Planet exactly three of his Diameters, and the outermost five; the former revolves in the space of ten Hours, and the latter in Twenty-one and an Half; so that the Squares of their periodical Times, are very near in the same Proportion with the Cubes of their Distance from the Center of Mars; which evidently shows them to be governed by the same Law of Gravitation, that influences the other heavenly Bodies.
ovvero 
Loro [gli abitanti di Laputa] hanno anche scoperto due stelle minori, o satelliti, che girano intorno a Marte, dei quali il più vicino dista dal centro del pianeta principale esattamente tre volte il suo diametro e il più lontano cinque; il primo compie il suo giro in dieci ore, il secondo in ventuno e mezzo: così che i quadrati dei loro periodi di rivoluzione sono quasi nella stessa proporzione con i cubi delle loro distanze dal centro di Marte, cosa che mostra chiaramente come siano governati da quella stessa legge di gravitazione che agisce sugli altri corpi celesti.
La scoperta "scientifica" di Deimos e Phobos avvenne solo nel 1897 dall'astronomo Asaph Hall attraverso un telescopio, e i loro periodi orbitali (7 ore, 39 minuti e 30 ore, 18 minuti) sono abbastanza simili ai periodi descritti da Swift!
Ringrazio Martin Mystère nn.54 e 55 per l'informazione di partenza, letta in tempi non sospetti!

Da wikipedia  
Fobos percorre un'orbita prograda quasi circolare, inclinata di 1,082° rispetto al piano equatoriale di Marte. Il satellite completa un'orbita in 7 ore e 39 minuti, più rapidamente di quanto il pianeta ruoti su se stesso - in 24,6 ore. Prima della sua scoperta, non era noto alcun satellite con tale caratteristica e Fobos ha continuato a rappresentare un'eccezione fino a quando le sonde Voyager non hanno individuato altri casi analoghi nel sistema solare esterno.
Guerrieri greci (e loro scudi, tra cui uno con la testa di Medusa) dall'Olpe Chigi

Zeus è Egìoco, cioè anche lui è dotato di Egida. Si tratta di uno scudo realizzato da Efesto per il padre, usando la pelle di Amaltea, la capra che allattò il futuro Signore dell'Olimpo: lo scudo era indistruttivile, in grado di resistere alla folgore. Zeus lo usa non come scudo da combattimento, ma come arma: scuotendolo, scatena le tempeste.
Partendo dall'interpretazione di un brano di Esiodo, per altri l'Egida di Zeus è un cerchio di nubi che si addensa attorno al capo di Zeus quando c'è il tuono divino ("Zeus Cupotonante").

Dal corno di Amaltea si ricavò, secondo alcuni, la Cornucopia.

Secondo la versione della Biblioteca dello Pseudo-Apollodoro, per errore la giovane Atena uccise in una lotta simulata la sua compagna di giochi Pallade; addolorata, assunse il nome dell'amica (e da allora fu nota come Pallade Atena) e prese il suo scudo.
La scena sarebbe avvenuta nei pressi del Lago Tritonide, uno sciott dell'attuale Tunisia, un tempo più ampio.

Ricollegando questa vicenda all'Egida di Atena, occorre ricordare che per Erodoto le donne libiche si vestivano con grembiuli di pelli di capra, adornati da frange: un'interpretazione dell'Egida è infatti non tanto lo scudo della dea, quanto una corta corazza con le frange. La testa della Gorgone, secondo questa versione, quindi sarebbe sul petto di Atena, non sul suo scudo.

Lo scudo della statua di bronzo di Atena Promachos era stato realizzato su modello di Parrasio dall'artigiano Mys. Secondo la descrizione di Pausania (I, 28, 2) esso sarebbe stato decorato da una scena di centauromachia eseguita a sbalzo.
Atena e il suo scudo, da un vaso greco
Un'altra celebre statua di Atena con scudo è quella di Atena Parthenos, la dea come "vergine". Si trattava di una statua crisoelefantina (cioè realizzata con oro e avorio), scolpita da Fidia nel 438 a.C. Fu collocata nella parte anteriore del Partenone, il tempio posto all'entrata dell'Acropoli di Atene che proprio da essa prese il nome. Il braccio sinistro della dea reggeva una lancia e poggiava su uno scudo, ornato sul lato esterno dalle scene di una centauromachia e su quello interno da una gigantomachia. Tale scudo aveva un diametro di quattro metri, e nascondeva il serpente Erittonio, sacro ad Atena. La dea indossava il peplo, contraddistinto da pieghe profonde, chiuso con una decorazione che rappresentava Medusa, e l'egida, l'armatura che spesso è presente nelle sue raffigurazioni, ornata al centro dalla testa di una Gorgone.

Se volete saperne di più sulla Medusa, potete consultare il dettagliatissimo sito costruito dall'Università di Bergamo a QUESTO indirizzo.

Dal tronco decapitato di Medusa nacquero i figli che aveva concepito con Poseidone: il cavallo alato Pegaso (Poseidone era legato ai cavalli, e un colpo di zoccolo di Pegaso fu l'origine della fonte Ippocrene) e Crisaore, l'eroe dalla spada (o falcetto) d'oro, padre di Gerione e, secondo alcuni, di Echidna.
 
Secondo alcune versioni, la Medusa non era orrenda fin dall'inizio, ma anzi era una bellissima fanciulla con ancor più splendidi capelli. Poseidone si invaghì di lei, e la sedusse in un tempio di Atena. La dea, irata per il sacrilegio, trasformò i capelli in un groviglio di serpenti, i suoi denti divennero zanne e il suo sguardo capace di pietrificare.
Poi la dea pianificò la morte di Medusa come vendetta finale.
La canzone Medusa Cha cha cha di Vinicio Capossela ci ricorda che siamo in arretrato di troppe analisi sulle canzoni mitiche del nostro aedo...