Mi è capitato di leggere la notizia del ritrovamento a Pamukkale (ehi, ci sono stato in viaggio di nozze!) di una grotta che era una delle porte degli Inferi. (la notizia la trovate QUI)
A guardia c'era una statua di Cerbero e questo, oltre al mese di novembre così legato ai defunti, mi ha fatto muovere la mente verso i legami tra mondo dei morti e cani, al significato della custodia della casa eterna e della fedeltà come garanzia dell'eternità.
Avessi tempo, quanto sarebbe interessante analizzare il ruolo del cane come entità negli Inferi! Sarebbe troppo facile e troppo lungo, citare l'egizio Anubi (che, nella realtà, è uno sciacallo) o la triplice Ecate dai latrati di cagna o accompagnata da mute di cani infernali. Rileggendo le Eumenidi di Eschilo ritroverei le Erinni descritte come cagne, affrontando il Mabinogion i Cwn Annwn del mito celtico di Arawn e Pwyll...
E come potrei dimenticare che il vedico Yama, il primo uomo divenuto dio della morte (Yami nell'Avesta), ha come emissari il gufo, il piccione e soprattutto i due cani Saramei? Essi sono figli di Sarama, la cagna di Indra, e custodiscono il sentiero che porta a Yamapura, la città dalle quattro porte residenza del re dei Morti, posta all'estremo sud, ai confini della terra, e aiutano le anine degli uomini retti a raggiungere i luoghi prestabiliti.
Garmr dal mio amato Dei, draghi ed eroi della Mitologia Vichinga
Dalle nebbie delle mie giovanili letture mitiche emergerebbe poi Garmr, il cane dello Hel, colui che uccide Tyr il giusto, fantasma norreno di uno Zeus\Iuppiter\Dyaus Pitar indoeuropeo.
E, chiudendo con un cerchio, forse che non ricordarei le diverse versioni di Cerbero dalle tre teste figlio di Tifone ed Echidna, dal rapido accenno nel Canto XI dell'Odissea a Virgilio e a Dante?
Infine, citerei le trasformazioni del mito, i ricordi di questo legame che troviamo negli Segugi Infernali della tradizione britannica, in Herne il Cacciatore e perfino nel boccacesco Nastagio degli Onesti... fino al Fufi di Harry Potter.
Ma il tempo è tiranno, gli scudi mitici incombono, così come altre imprese. Un "saggio sul mito e la struttura del tempo" (non perduto) assorbe i miei momenti liberi con la sua mole di spunti e di geniali interpretazioni. Come una macina di mulino (di Amleto), schiaccia tutto ciò che non è destinato a lui!
Per cui... ecco solo alcuni passi che ho trovato qua e là, dedicati a queste strane creature, i Cani dell'Inferno.
L'enorme Cerbero col suo latrato da tre fauci rintrona questi regni giacendo immane davanti all'antro. La veggente, vedendo ormai i suoi tre colli diventare irti di serpenti gli getta una focaccia soporosa con miele ed erbe affatturate. Quello, spalancando con fame rabbiosa le tre gole l'afferra e sdraiato per terra illanguidisce l'immane dorso e smisurato si stende in tutto l'antro. Enea sorpassa l'entrata essendo il custode sommerso nel sonno, e veloce lascia la riva dell'onda donde non si può tornare.
Apuleio, Metamorfosi, VI, XIX
Canis namque praegrandis teriugo et satis amplo capite praeditus immanis et formidabilis tonantibus oblatrans faucibus mortuos, quibus iam nil mali potest facere, frustra territando ante ipsum limen et atra atria Proserpinae semper excubans seruat uacuam Ditis domum.
Un cane enorme, con una triplice testa in proporzione, gigantesco e terribile, che con fauci tonanti latra contro i morti, cui peraltro, non può fare alcun male, cercando di terrorizzarli senza motivo, e standosene sempre tra la soglia e le oscure stanze di Proserpina, custodisce la vuota dimora di Dite.
Cerbero per Dorè
Dante, Commedia, Inferno. Canto VI (vv. 9-33)
Io sono al terzo cerchio, de la piova \ etterna, maladetta, fredda e greve; \ regola e qualità mai non l'è nova. \\ Grandine grossa, acqua tinta e neve \ per l'aere tenebroso si riversa; \ pute la terra che questo riceve. \\ Cerbero, fiera crudele e diversa, \ con tre gole caninamente latra \ sovra la gente che quivi è sommersa. \\Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, \ e 'l ventre largo, e unghiate le mani; \ graffia li spirti ed iscoia ed isquatra. \\ Urlar li fa la pioggia come cani; \ de l'un de' lati fanno a l'altro schermo; \ volgonsi spesso i miseri profani. \\Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, \ le bocche aperse e mostrocci le sanne; \ non avea membro che tenesse fermo. \\ E 'l duca mio distese le sue spanne, \ prese la terra, e con piene le pugna \ la gittò dentro a le bramose canne. \\ Qual è quel cane ch'abbaiando agogna, \ e si racqueta poi che 'l pasto morde, \ ché solo a divorarlo intende e pugna, \\cotai si fecer quelle facce lorde \ de lo demonio Cerbero, che 'ntrona \ l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde.
Grimnismal str. 44 cit in Edda di Snorri, Rusconi 1975-1988
il frassino Yggdrasill \ è il migliore fra gli alberi, \ Skidhbadhnir fra le navi, \ Odhinn fra gli dei, \ Sleipnir fra i destrieri, \ Bifrost fra i ponti, \ Bragi fra i poeti, \ Habròk tra in falchi, \ fra i cani Garmr
Edda di Snorri, 51
"Allora sarà libero anche il cane Garmr che è legato davanti a Gnipahellir; è il più grande dei mostri: combatterà contro Tyr e sarà la morte di entrambi"
Voluspà « Feroce latra Garmr \ dinanzi a Gnipahellir: \ i lacci si spezzeranno \ e il lupo correrà. »
Per dilettarvi sui legami tra cani e regno dei morti, sfrucugliate in questo post
Le immagini sono tratte da QUI, QUI, e QUI: non mi appartengono e sono poste a semplici corredo del post. Questo blog non ha fini di lucro.
Abbiamo parlato QUI di come gli scudi dei Sette Contro Tebe siano stati concepiti dal poeta Eschilo come strumento di propaganda da parte degli assalitori.
Ma non possiamo dimenticare che, a prescindere dall'uso drammatico che ne fa il poeta Maratonomaco, come abbiamo accennato questi scudi fanno parte di una tradizione poetica più antica.
La prima grande prova di uno scudo mitico è quella descritta da Omero nel libro XVIII dell'Iliade [1] con una ekphrasis (ovvero una descrizione) che avrebbe fatto scuola nell'epica.
La situazione è forse nota anche al grande pubblico: Achille nella sua ira si era ritirato dalla guerra contro i Troiani; ma quando Ettore arriva a minacciare di incendiare le navi dei Greci, il Pelide autorizza l'amico Patroclo a indossare le sue armi, a fingersi lui, e a cacciare i nemici. Il destino di Patroclo è segnato: Ettore lo uccide e lo spoglia delle armi. A questo punto Achille torna in battaglia, deciso a vendicarsi, ma non lo può fare perché è disarmato.
Ma come, direte voi: Achille? Quello che era invulnerabile tranne il tallone?
Ebbene, Omero tace questa invulnerabilità; anzi, nel poema Achille viene ferito dall'ambidestro Asteropeo [2].
Così, benché sia tamente forte che la prima volta era bastata la sua apparizione furibonda e improvvisa sul campo di battaglia per mettere in fuga i troiani che lottavano attorno al corpo di Patroclo, Achille ha necessità di armi degne di lui per affrontare gli avversari nel round successivo, quando non poteva contarepiù sull'effetto sorpresa.
Come altre volte nel poema, Achille chiede aiuto a mamma Teti; e lei si rivolge ad Efesto, il fabbro degli dei. Lo zoppo signore del fuoco ha un debito di riconoscenza verso Teti e le Nereidi: quando Zeus lo scagliò giù dall'Olimpo, furono proprio le ninfe del mare figlie di Nereo a soccorrerlo.
Così il fabbro divino, sostenuto dalle fanciulle di metallo che ha creato personalmente, si mette subito al lavoro.
Efesto fabbricò l'armatura, l'elmo col cimiero dorato e gli schinieri, ma l'arte di queste armi viene liquidata con poche parole; ben di più sono spese per il grande scudo tondo decorato a sbalzo, che fu fatto per primo.
Era un'opera d'arte, realizzata con cinque zone [3] in cui vengono rappresentati diversi aspetti del mondo; oro e argento erano stati usati in profusione.
Ma cosa appare nello scudo?
Innanzitutto molte cose che non ci aspetteremmo da un oggetto che identifica quanto e più del cimiero il guerriero in battaglia.
Al centro domina l'elemento cosmologico: la terra, il mare, il cielo, il Sole "infaticabile", e la "tonda" Luna, e gli astri della volta celeste. Tra essi le costellazioni delle Pleiadi e quella delle Iadi; "la stella di Orione" (Rigel? Betelgeuse?) e l'Orsa Maggiore da esso divisa "dai lavacri del mare", a ruotare attorno al polo.
Ecco poi attorno due belle città fatte dagli uomini. Nella prima ci sono banchetti e nozze, e un corteo che accompagna le spose, con giovani che suonano e cantano. Sempre in quella, ma da un'altra parte si raduna una folla per un caso di omicidio: un uomo dichiarava di aver pagato il guidrigildo, l'altro lo negava; la folla si divideva tra i due partiti, i banditori cercano di placare il tumulto; infine gli araldi con lo scettro in mano emettono il giudizio, e impongono che la parte vincitrice abbia diritto a un doppio talento d'oro.
Due eserciti sono intorno alla seconda città, indecisi se distruggere la rocca fin dalle fondamenta o dividersi le ricchezze; ma la città resiste e organizza una controffensiva sotto la protezione di Atena ed Ares; a un fiume i razziano dei buoi e uccidono i bovari. A questo punto gli assalitori mandano la cavalleria che raggiunge i predatori e scoppia un battaglia, dove Eris, il Tumulto e la Chera regnano sovrani.
Poi ecco un campo arato per la terza volta da numerosi aratori con i loro buoi; e al termine del solco, ecco che i contadini si godono un buon boccale di vino prima di riprendere la fatica; dietro di loro la terra arata era fatta d'oro.
Segue un campo dove si falciano le spighe mature sotto la supervisione del re, mentre sotto una quercia si prepara il banchetto per i lavoratori. E ancora un vigneto con tralci fatti d'oro su pali d'argento, e giovani e rzgazze che portano in canestri i frutti al suono di cetre e zufoli.
Ecco poi una mandria di giovenche in oro e stagno, che si abbeverano in un fiume; le sorvegliano quattro pastori fatti d'oro con nove cani; ma due leoni si avventano sugli animali e feriscono un grande toro. I pastori ed i cani accorrono a salvarlo, ma le fiere lo hanno già trascinato tra le canne presso il fiume.
E ancora il fabbro aveva raffigurato una bella valletta, dove tra capanne e ovili pascolano le greggi.
Conclude una danza uguale a quella composta da Dedalo per Arianna sull'isola di Creta. Ragazzi e ragazze ballano inghirlandati; è un ballo in tondo, simile al movimento che il vasaio imprime al tornio; la folla osserva compiaciuta, e completano il quadro due danzatori (kubistetère, lett.: "saltimbanchi, acrobati") in pose diverse.
Infine sul bordo esterno dello scudo c'era il grande fiume Oceano.
Insomma: tranne la scena della città assediata (eco di qualche episodio dei primi nove anni di Guerra Troiana?) abbiamo ben poco di guerresco. E, ci pare, ben poco che possa essere ricondotto ad Achille stesso, alla sua patria Ftia di Tessaglia, o alla sua stirpe [4].
Quale può essere una delle interpretazioni dello scudo?
Intanto occorre dire che, pur differenziando le scene, il poeta non è chiaro nell'indicarci in quale delle zone concentriche di trovi ciascun aspetto.
Possiamo immaginare il cielo al centro e l'Oceano attorno, ma le altre tre zone sono più problematiche.
Sopra le abbiamo divise secondo le città, la campagna coltivata, l'allevamento, ma il tema della danza sembra esterno a quello della pastorizia.
A meno che, per far tornare i conti, non consideriamo insieme la danza e l'Oceano. Oppure ancora, come accade in alcune rappresentazioni che anche qui vi riportiamo, nel numero dei cinque cerchi includiamo anche le linee di separazione (per cui le zone effettivamente a sbalzo sarebbero in definitiva solo tre).
Sia come sia la divisione, lo schema dello scudo è una raffigurazione del Kosmos garantito da Zeus e dagli altri Olimpi. Si parte dal cielo al centro (possiamo immaginare che, in una non-prospettiva significhi che sta sopra tutto il resto) e si arriva all'Oceano che circonda la terra degli uomini, la oikoumène.
Degli uomini vengono rappresentate le conquiste sociali (la famiglia, i riti, la giustizia) ma anche gli aspetti della guerra: in fondo si tratta dello scudo di un eroe, e la bravura in battaglia era uno dei valori della nobiltà achea. Ci sono anche le "conquiste del lavoro" (l'agricoltura del grano nelle sue fsi e la vendemmia; l'allevamento di bovini e ovini).
Resta da interpretare la danza. Essa, come è abituale, che sembra un chiaro simbolo di armonia.
Ma armonia di cosa? Semplicemente degli uomini impegnati nel divertimento o nel rito?
A questo proposito ci si deve chiedere quale sia il choros, la danza che Dedalo insegnò ad Arianna.
I due saltimbanchi che cita Omero ci attirano irresistibilmente a vedere in essi l'eco degli affreschi della Creta minoica, con le acrobazie sul toro. E il legame toro\Minotauro\Labirinto (creato da Dedalo) è troppo noto per doverlo ricordare qui.
Però c'è un altro elemento: nel mito di Teseo a Creta si parla della "Danza delle Gru" rappresentata dai giovani ateniesi dopo la loro fuga, a imitazione delle svolte del Labirinto.
Ora: Dedalo era un ateniese. Che legame si può trovare tra le due danze?
Innanzitutto dobbiamo dire che la parola greca "choros" significa sì "danza", ma può essere anche "il LUOGO della danza".
Dedalo, tra le varie abilità, è un costruttore: a lui si attribuisce l'edificazione del Labirinto, e la danza degli ateniesi vuole riprodurre proprio il luogo da cui sono fuggiti...
Forse Dedalo si era limitato a creare lo spazio in cui danzare, con qualcosa che segnasse il percorso dei danzatori stessi. La "danza insegnata da Dedalo" non sarebbe quindi nulla di diverso dalla successiva "Danza delle Gru"
Robert Graves [5] ricorda (senza citare la fonte) che a primavera si svolgeva una danza erotica della pernice in onore della dea-Luna; durante essa i danzatori maschi saltellavano quasi zoppicando e portavano delle ali posticce; tale tradizione era ancora viva in Palestina all'epoca di San Gerolamo.
Le ali dei danzatori riconducono a Dedalo (e Icaro), la zoppìa ad Efesto; Arianna sembra uno dei tanti nomi dietro il quale si nasconde la dea della Luna [6].
Se l'artefice Dedalo insegna il ballo dello zoppo Efesto alla dea, quest'ultima scena non ci deve stupire: Dedalo è l'artefice per eccellenza, non solo l'architetto o il geniale inventore della tecnica del volo.
Dedalo, per lo meno in alcuni aspetti sembra una proiezione di Efesto stesso [7], dio del fuoco, ma anche fabbro in grado di creare automi che lo sostengono e lo aiutano nel suo lavoro.
Infatti anche il genio ateniese costruisce meccanismi: su richiesta di Minosse che voleva un guardiano per l'isola, egli realizza Talo, gigante di bronzo dalla testa di toro che ha le caratteristiche di Efesto (il fuoco con cui si arroventa il corpo per stringere in un abbraccio mortale i nemici; l'automatismo; secondo Graves la zoppia) e che ha come punto debole la vena che dal tallone (!) arriva fino alla sua testa...[8]
Torniamo al ballo della gru di Teseo e dei suoi compagni: come ci ricorda la novella di Chichibio e Currado Gianfigliazzi, la caratteristica della gru è quella di riposare su una gamba sola. Possiamo spingerci a semplificare e dire che si tratta di un ballo "quasi" saltellante di danzatori con le ali?
Forse no.
Innanzitutto la pernice [9] non è una gru (c'è una bella differenza, come si vede dalle immagini), benchè sia comunque una creatura del cielo.
La gru
La pernice
Possiamo trovare in questa danza un richiamo alle stelle, per iniziare e chiudere l'immagine dello scudo con riferimenti celesti?
La faccenda è assai discussa. Intanto il movimento che viene descritto, di venirsi incontro ed allontanarsi, sembra riprodurre una sorta di "ballu tundu" sardo (ma anche alcune danze tradizionali greche).
Poi l'enciclopedico Plinio il Vecchio [10] ci dice che le gru in cattività si danno a comportamenti sfrenati e "anche da sole fanno giri correndo in modo indecoroso".
Kàroly Kerenyi, nel suo saggio "Nel Labirinto", collega l’origine del labirinto con le più antiche danze a spirale.
Esse si riscontrano in molte culture anche distanti geograficamente tra loro: ad esempio la polinesiana "Danza Maro". Sembra che nella “Danza delle Gru” venissero utilizzate delle funi, che conducevano i danzatori prima verso l'interno e poi di nuovo verso l’esterno. La direzione resta la medesima: arrivato al centro della spirale, il ballerino si volge indietro proseguendo un movimento che fin dall’inizio girava intorno ad un centro invisibile. Da quando però il danzatore inverte il movimento, la direzione non è più verso la “morte” bensì verso la “nascita”.
In sintesi: l'ingresso nel Labirinto riprodotto dalla danza sarebbe una classica "discesa negli Inferi"; l'uscita la celebrazione della vita (l’uscita dal labirinto, il salvataggio).
Kerenyi associa l’idea del volo delle gru all’idea di “continuazione infinita”, di “ritorno” (le gru sono uccelli migratori), come indicherebbero i movimenti della spirale e le danze labirintiche (ed anche il gomitolo di Arianna e le funi usate nelle danze).
Ecco, il "ruotare", il cerchio perfetto, il ritorno eterno simboleggiato dal percorso degli astri... ecco, forse, l'elemento dominante: ruota l'Orsa attorno al Polo, ruota la danza come il tornio del vasaio, ruota l'Oceano attorno alla Terra, lo scudo è rotondo, e quindi rotante... Perfino Talo, secondo Graves [11] era detto "Circino" ovvero "circolare".
La danza è forse quella con cui Eurinome generò il mondo [12] o quella con cui Eros Primigenio compì lo stesso atto [13].
Come in un circolo perfetto, nello scudo di Achille si parte dal cielo e si torna al cielo.
Esso, insomma, non è solo un pezzo di armatura: è una concezione del mondo.
[1] vv. 478-607 [2] Iliade XXI, 147 e segg.. Achille viene ferito al gomito. Vi sono frammenti di mito che parlano del ferimento di Achille da parte di Elèno al polso con una freccia, e una versione discordante da Omero dice che Ettore riuscì a colpirlo al femore. Paride lo colpì con una freccia al tallone (ma il vero uccisore era stato Apollo) e lì possiamo immaginare una morte per setticemia. [3] il testo dice "pènte d'ar' autoù èsan sàkeos ptùches", "cinque erano le ripiegature\strati(di metallo) di quello scudo", e in ciò si è voluto vedere dei cerchi concentrici; per chi volesse trovare a tutti i costi citazioni mitiche, anche Atlantide era la "città dei 5 cerchi", su un'isola circondata dall'Oceano. [4] il padre Pèleo era figlio di Eaco di Egina; la madre Teti era una delle figlie del "Vecchio del Mare" Nereo. [5] Graves, I miti Greci, 92.2 [6] Graves, op. cit., 98.5 [7] anzi, in Graves, op. cit. 92.7 viene data l'identità tra i due: "Efesto e Dedalo sono infatti lo stesso personaggio mitico". [8] Su Talo vedi Graves, op cit. 97.1 dice che un suo soprannome era "Tantalo", ovvero "lo zoppicante". La versione più nota della morte di Talo è quella contenuta nel Libro Quarto delle Argonautiche di Apollonio Rodio, ma una versione discordante dice che Peante figlio di Taumaco lo colpì al tallone con una freccia! E, fuoco per fuoco, fu lui ad accendere il rogo di Eracle che per ricompensa gli diede frecce e arco (di solito questo ruolo, e il dono viene dato a Filottete, il vendicatore di Achille). Anche Chirone fu colpito da una freccia di Eracle al ginocchio. [9] Non dimentichiamo che la sorella di Dedalo, secondo alcune versioni, si chiamava Perdix, "Pernice"; era madre del primo Talo, a sua volta inventore, ucciso dall'invidia dello zio Dedalo che per questo omicidio fu cacciato in esilio. Suida e Fozio riferiscono che alla sua morte, l'anima di Talo volò in cielo sotto forma di pernice. [10] Plinio, Naturalis Historia, X, 30, 59 [11] Graves, op. cit., 92.9 [12] Plinio, Naturalis Historia IV 35 e VIII, 67. [13] Luciano di Samosata, De Saltatione: "Fammi dire che i migliori studiosi di antichità rintracciano nella danza la creazione dell’universo; la danza è nata con Eros Primigenio, che fu il principio di ogni cosa. Nella danza dei corpi celesti, nelle complesse evoluzioni che si accordano tra loro, i pianeti si muovono in armoniosa relazione con le stelle fisse."
Per ulteriori approfondimenti sulla Danza delle Gru e i suoi significati, si rimanda a questi siti QUI e QUI
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Finalmente (dirà qualcuno) si porta a termine la lunga vicenda dei Sette a Tebe di Eschilo, illustrata in diversi post che hanno ripreso frammenti del testo eschileo nel corso del 2013.
Perché Eschilo scrisse i Sette a Tebe?
Siamo nel 467 a.C., l'anno della rivolta di Nasso e della progressiva trasformazione della Lega Delio-Attica da strumento di difesa contro il Persiano a strumento di dominio per Atene; nel 471 Temistocle è stato ostracizzato, e nel 469 Sparta ha sconfitto Argo, facendosi minacciosa nei confronti di Atene. Il poeta Eschilo, guerriero a Maratona [1] narra ancora di una guerra, dopo quella cantata nei Persiani. Racconta di una città assediata, di un nemico implacabile che avanza, delle scelte che i cittadini devono affrontare per sopravvivere. Una realtà non diversa da quella che aveva vissuto Atene nella Guerra contro Serse, e che avrebbe presto rivissuto nella Guerra del Peloponneso.
Tra le diverse tragedie eschilee, il titolo è singolare: tra quelle sopravvissute, abbiamo tragedie che si intitolano secondo il coro (Persiani, Supplici, Coefore, Eumenidi, più i drammi satireschi dei Pescatori e degli Spettatori\Atleti ai Giochi Istmici) o secondo i protagonisti (Agamennone e Prometeo incatenato).
Frammenti e citazioni ci ricordano un Laio, una Alcmena, gli Egiziani... tutti personaggi che ci aspettiamo in scena, attori o spettatori del dramma.
Ebbene: noi non vediamo in scena i Sette.
Qui non c'è la scelta fatta nei Persiani: entrare nel campo dei nemici e vedere la loro umanità e le conseguenze della loro follia.
Le donne tebane del coro li scorgono da lontano, oltre le mura; il messaggero li ha osservati e viene a riferire; Eteocle li affronterà in battaglia.
Ma i Sette campioni argivi rimangono sullo sfondo, un'ombra inquietante e minacciosa ben più di quella di Dario o di un Serse vestito di stracci.
Perché la tragedia è quella dei Sette, allora?
Non era certamente una scelta di marketing ante litteram che pretendeva un nome famoso per attirare spettatori: bastava citare Etèocle, e l'esigente pubblico ateniese avrebbe avuto ben chiaro quale sarebbe stata la trama principale. E, nonostante tutto, in apparenza il dramma è in gran parte la tragedia di Etèocle, re di Tebe, l'eroico difensore della patria costretto dalla sua stessa hybris a combattere contro il fratello, a portare avanti una maledizione implacabile.
Ma il titolo richiama i Sette. E' la tragedia dei Sette.
Ancora una volta: perché?
La scelta di postare su questi spazi le descrizioni dei sette campioni, e dei loro scudi, non è stata casuale.
E' stata fatta perché ritengo sia la chiave di lettura scelta per interpretare questo titolo in apparenza enigmatico.
La descrizione dei campioni avversari segue un medesimo schema, ripetuto sette volte con minime variazioni: porta attaccata, nome del campione, breve descrizione, scudo, Eteocle che fa una scelta ragionata ma sicura del capitano tebano da contrapporre, commento del coro, invocazione agli dei perché Tebe prevalga contro il nemico.
Perchè lo scudo?
La tradizione della descrizione delle armi è tipica dell'epica. Come dimenticare il meraviglioso scudo di Achille [2] o quello di Eracle [3]? La tradizione passa, appunto, per gli scudi dei Sette per culminare in quello che Vulcano fabbrica ad Enea [4].
Ma c'è una differenza tra gli scudi di questi eroi e gli scudi degli argivi: nello scudo di Achille si esaltano le creazioni dell'uomo e scene bucoliche; in quello di Enea i momenti gloriosi che attendono i romani, discendenti dell'eroe; in quello di Eracle l'orrido si alterna al bucolico, nell'esaltazione della stirpe del figlio di Zeus. Intorno a questi scudi, l'Oceano con i suoi animali.
Questi scudi rappresentano, dunque, uno specchio, un'interpretazione del mondo nei suoi aspetti positivi e negativi [5].
Lo scudo è un elemento di difesa [6], ma è anche il pezzo "propagandistico" più visibile, e che viene presentato al nemico.
E allora rivediamoli, questi scudi dei Sette, in un ordine che, salvo un'eccezione, è quello della tragedia. Dopo ciascuno descriveremo anche le caratteristiche del campione tebano che lo affronterà e il dio invocato da Eteocle come protettore.
1. Lo scudo di Tideo. Il più basso e il più feroce dei Sette, questo Wolverine in nuce, ha un cielo stellato e una grande luna piena. Il suo scudo è definito "hupèrfron" "superbo" dal messaggero [7], ed Etèocle spiega il perché : "Quando uno muore, infatti, la notte cade sopra ai suoi occhi" [8]. Lo scudo di Tideo è una minaccia, una minaccia di morte. Ed è superbo: Tideo pensa di essere al di sopra di tutto, di poter dare la morte impunemente. E' questa la sua hybris, la presunzione di andare oltre il limite, e gli si ritorcerà contro, come previsto da Etèocle. Perché contro di lui il re di Tebe manda Melanippo figlio di Astaco e discendente degli Sparti tebani; Melanippo è "incapace di azioni ignobili", ed è mandato dalla "Giustizia del sangue". E' Ares il dio che decide chi vive e chi muore nella guerra, ma gli Sparti sono già stati risparmiati da Ares stesso.
2. Lo scudo di Capaneo. Il bestemmiatore per antonomasia è definito "un nuovo gigante", e ha sullo scudo un uomo nudo con una torcia in mano che brandisce come un'arma, e la scritta "Brucerò la città". Nel mito greco i Giganti non sono figure positive e neppure neutrali: sono i nemici degli dei da sconfiggere. Capaneo è un gigante che attacca il kosmos ordinato degli Olimpi (e infatti bestemmia Zeus), sogna di bruciare la creazione per quanto gli è possibile, simile a un Loki o a un Surtur nordico. E' il fuoco distruttore, si crede superiore agli dei. Contro di lui, Eteocle manda Polifonte, che "ama poco cianciare, ma teso e ardente è il suo coraggio"[9]; l'eroe è protetto da Artemide, ma il legame di questa dea con gli accadimenti è poco chiaro; ma insieme alla dea cacciatrice, Eteocle invoca anche Zeus, e infatti Capaneo verrà distrutto dal fuoco "buono", il fuoco del fulmine di Zeus [10].
3. Lo scudo di Eteoclo. Sull'arma c'è un uomo che scala le mura e una scritta che dice che neppure Ares riuscirà a buttarlo giù dalle mura. Lo scudo è simile a quello di Capaneo, e la bestemmia è simile. Lo scalare le mura ci ricorda l'orgoglio di chi infrange il "sacro cerchio", il pomerium ci verrebbe da dire, novello Remo: ed Etèoclo sarà punito da Megareo, figlio di Creonte. Non si nomina il dio protettore del campione tebano (il Coro genericamente invocherà Zeus vendicatore, invocazione che tornerà altre volte). Questo è forse il duello con meno caratterizzazioni tra tutti, e infatti Etèoclo è il campione tradizionalmente "meno rilevante", tant'è che in altri elenchi viene sostituito da Adrasto stesso o da Mechisteo [11].
4. Lo scudo di Ippomedonte. E' lo scudo più blasfemo: in esso è rappresentato Tifone, il nemico degli dei. Contro di lui Eteocle sa che agirà per prima Atena Onca in persona, e poi l'eroe tebano Iperbio, che sul suo scudo ha Zeus folgorante, il distruttore di Tifone. A farli scontrare sarà Ermes, un altro protagonista della sconfitta di Tifone [12].
5. Lo scudo di Partenopeo. L'eroe ha una lancia "che venera più degli dei", è figlio di due empi (Atalanta e Melanione), e a sfregio dei Tebani sul suo scudo ha l'immagine in sbalzo della Sfinge che ha tra le grinfie un tebano; il ragazzo quasi imberbe e crudele spera che le frecce dei difensori colpiscano il disegno del tebano, così che per una magia simpatica i difensori si indeboliscano da soli. Contro di lui Eteocle manda Attore fratello di Iperbio, guerriero "che non conosce spvalderie, ma il cui braccio mira diritto all'effetto" [13]. Il re di Tebe non cita divinità particolari che intervengano in questo duello.
6. Lo scudo di Polinice. Il fratello di Eteocle è in realtà citato come settimo campione per esigenze drammatiche, ma qui lo nominiamo prima di Anfiarao per ragioni che saranno poi chiare. Sul suo scudo "nuovo, perfetto e rotondo" c'è un guerriero condotto da una donna, ovvero Dike, la Giustizia; una scritta dice "Condurrò questo guerriero: riavrà al sua città e tornerà alla casa del padre" [14]. Contro di lui andrà Eteocle, perché questo è il destino dei maledetti discendenti di Laio, e la Giustizia sarà al suo fianco, a meno che il suo nome non sia falso.
7. Lo scudo di Anfiarao. L'indovino biasima Tideo e Polinice, i responsabili della guerra in cui sa già che dovrà morire: biasima più i suoi alleati che gli avversari. E' l'unico del Sette a non essere empio, a non distorcere simboli sacri per scopi malvagi. E infatti il suo scudo è privo d'insegna "perché non vuole apparire, ma essere valoroso". Anfiarao è l'unico a mettere in imbarazzo Eteocle, perché non è uno dei nemici "empi, arroganti e violenti" [15]: è un avversario "saggio giusto valoroso e pio". Eteocle lo rispetta, e manda controdi lui Lastene, che sembra il compendio di tutte le virtù: "ha la mente saggia di un vecchio, ma il suo corpo è un fiore di giovinezza". Nessun dio specifico viene nominato, perché Apollo Lossia ha già parlato per mezzo dei suoi oracoli, e il destino di Anfiarao è già scritto.
Riassumendo: i Sette, attraverso i loro scudi, mostrano la loro empietà. Invocano potenze negative (Tifone, la Sfinge), o mostrano presunzione e blasfemia, o distorcono il senso della Giustizia. Solo Anfiarao non mostra nulla, perchè sa che la spedizione è condannata in partenza dagli dei proprio per la sua malvagità intrinseca.
Lo scontro tra tebani e argivi non è solo una guerra per la sopravvivenza di una città, una guerra umana: è il simbolo di un conflitto cosmico, in cui i cittadini assaliti sono le forze del bene, del kosmos voluto dagli dei, e gli assalitori i rappresentanti del male, fieri di essere tali. I Sette parlano, si vantano, fanno propaganda sperando di vincere prima con la psicologia che con le armi; i tebani
sono persone di poche parole e molti fatti, uomini virtuosi, rispettosi
degli dei e per questo dagli dei favoriti.
Lo scudo di Achille e quello di Eracle sono scudi che raffigurano il mondo: il fatto che il bordo sia rappresentato dall'Oceano che, secondo Omero circonda l'Oikoumène, la terra abitata dagli uomini, è significativo. Un mondo ordinato dagli dei, in cui compare anche il male, il disordine, ma sotto un ordine superiore.
Gli scudi dei Sette sono scudi "individualisti", malvagi. Non mostrano elementi positivi, costruttivi, eccetto quello di Polinice che, però, ci viene detto essere una deformazione della realtà, una parodia della vera Giustizia.
Non sono il kosmos: sono un'empia minaccia al kosmos.
Ecco perchè questa è la tragedia dei Sette.
I Sette non sono in scena, lo ripetiamo. Ma senza i Sette non ci sarebbe il dramma. Non solo perché sono il motore dell'azione, ma perchè rappresentano la minaccia del caos, del ritorno al disordine che è insito in ogni vicenda umana. Questa tragedia non racconta la fondazione di un culto o di un ordine, ma la minaccia dell'ordine stesso: non narra di ciò che è stato fatto per sempre, ma di ciò che per sempre sarà a rischio.
Ecco perché il titolo parla dei Sette. Ecco perché è la tragedia più "umana" e "contemporanea i suoi tempi" di Eschilo. Più ancora, paradossalmente, dei Persiani.
Prima gli eroi, e poi i comuni cittadini della Polis devono affrontare queste "forze oscure", queste minacce che possono distruggere il kosmos. Non è solo e non è tanto la tragedia di Eteocle che deve salvare la patria anche a costo di dare un nuovo giro alla ruota della maledizione: è la tragedia di ogni uomo minacciato, che deve scegliere di contrapporsi al male; non è una tragedia sul concetto astratto di colpa, ma una tragedia sul concetto concreto di pericolo.
[1] secondo la tradizione, Eschilo volle che sul suo cippo funerario fosse ricordato solo questo fatto con queste parole
"Eschilo,
figlio di Euforione, ateniese, morto a Gela produttrice di grano,
questo monumento ricopre: il bosco di Maratona potrebbe raccontare il
suo glorioso valore, e il Medo dalle lunghe chiome, che lo conosce."
Non una parola sulla sua poesia immortale. [2] Omero, Iliade, XVIII, 478-607 [3] Ps. Esiodo, Scutum [4] Virgilio, Eneide, VIII, 626-731 [5] Vedi un prossimo post... ah!, la costanza che manca! [6] In nessuno degli scudi mitici si fa accenno a un umbone [7] "Superbo" non nel senso positivo di "opera superba" come si può trovare in italiano, ma "altezzoso, d'animo altiero" [8] Eschilo, Sette a Tebe, 403 segg. [9] Eschilo, Sette a Tebe, 447 segg [10] Avendo tempo, si potrebbe parlare di Evadne, moglie di Capaneo che si
butta nel rogo del marito (già bruciato); e confrontare questo col
suttee indù, la dea Sati, la fiamma che annichilisce Semele... [11] Uno degli Epigoni, Eurialo, è indicato come suo figlio; nei diversi elenchi degli Epigoni non risulta citato un figlio di Etèoclo, salvo errori. [12] Assieme a Pan. [13] Eschilo, Settea Tebe, 556 [14] Eschilo, Sette a Tebe, 647 [15] Eschilo, Sette a Tebe, 610 e segg.
Immagini e testi citati non mi appartengono, ma qui compaiono a corredo dell'analisi. Questo blog non ha fini di lucro.
Stavolta il duo Mitiko non c'entra nulla, ma il luogo (della sacra tragedia) è lo stesso, e il secondo intervento è assolutamente interessantissimo!
Akòuete, làos!
E accorrete numerosi!
"La mitologia è uno strumento meraviglioso, un forte stimolo alla creazione, e ti consente di dire cose che altrimenti sarebbe molto difficile esprimere. Quelle strutture archetipiche continuano a essere fondamentali nella nostra vita". Neil Gaiman