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lunedì 29 giugno 2015

MITIKO VINCIO! 3 – LA LANCIA DEL PELIDE




Amore e guerra, morte e cura
Eh, già! Per gli immortali il tempo non sembra passare mai… ma per noi mortali a cui è destinato dormire una sola lunga notte il tremendo tempo scorre eccome!
In questo blog non metteremo alla prova i calcoli Babilonesi, ma i mesi che scorrono non ci hanno tolti dalla mente le pendenze che abbiamo in attesa del Ragnarokkr (addirittura!)
E così, eccoci di nuovo su Vinicio Capossela e sui suoi canti mitici per il capro… o per il Ciclope.

Abbiamo già esaminato QUI e QUI due canzoni tratte dal suo (ormai non più) ultimo album.
Oggi affrontiamo “La lancia del Pelide”, sempre tratto dal repertorio mitologico (classico e moderno) raccolto nell’album “Marinai, profeti e balene”.


La lancia del Pelide
Magico dono
Per un verso ferisce, per l'altro guarisce
Lei sola lenisce le ferite che infligge.


Questo l’incipit. Il Pelide piè veloce, per chi non lo sapesse, è Achille, figlio di Peleo e Teti.
La sua gloriosa lancia, pesante e dalla punta di bronzo, dono di Chirone a Peleo, è ricordata nel mito di Telefo, l’Eraclide re di Misia.
Si narra che la flotta degli Achei era alla fonda in Aulide, pronta a salpare verso Troia per riprendere la fedifraga Elena dal talamo di Paride. Ma in quei tempi che videro gli albori della navigazione anche nello stretto Egeo, nessuno conosceva esattamente la rotta.
Così le mille navi partirono non tanto alla cieca, poiché si sapeva che Troia si trovava a Nord-est, ma senza punti di riferimento sicuro. Accadde pertanto che quando si sbarcò in terra asiatica, i capi degli Achei ritennero di essere giunti nella piana dello Scamandro.
Ahiloro, si sbagliavano. [1]


Gli abitanti del luogo, che erano i Misi, collocati più a Sud nella penisola anatolica, appena videro i minacciosi invasori, corsero ad avvertire il loro re, Telefo, figlio di Eracle ed Auge, il figlio che, secondo Pausania, più assomigliava al glorioso padre.
Lo scontro fu inevitabile: si dice che i Greci fecero una tale strage che il sangue dei Misi colorò di rosso le acque del fiume Caico.
Nella mischia Telefo uccise Tersandro, il nipote di Edipo re di Tebe, perse il suo scudo a opera di Protesilao e poi affrontò il giovane Achille. La battaglia fu epica, ed è un peccato che abbiamo perso i Canti Cipri che ce la narravano: sta di fatto che il Pelide era irresistibile, e l’Eraclide iniziò ad arretrare. E qui intervenne l’ira e la vendetta di un dio: si dice che Telefo avesse negato alcuni onori a Dioniso, e la permalosa divinità allora fece sì che un tralcio di vite facesse inciampare il re di Misia. Telefo cadde, e Achille ne approfittò per colpirlo alla coscia con la sua lancia.
Telefo ebbe la forza di estrarre la lancia e darsi alla fuga. Nel frattempo fu raggiunta una tregua: gli Achei mandarono una delegazione guidata da Tlepolemo, altro figlio di Eracle, cui fu rivelato l’errore di destinazione. Così i Greci ripartirono e tornarono in Aulide per organizzare una nuova spedizione (che, secondo alcuni, avvenne non prima di altri dieci anni).

Ma la ferita di Telefo non guariva. Recatosi a Delfi, l’oracolo del dio Apollo gli disse che solo chi l’aveva ferito avrebbe potuto farlo. Telefo si travestì da mendicante e prese in ostaggio Oreste, il figlio in fasce di Agamennone e minacciò di ucciderlo se Achille non l’avesse guarito [2].
I Greci erano indecisi sul da farsi, anche perché l’indovino Calcante aveva profetizzato che solo un Eraclide avrebbe saputo guidarli fino a Troia: così si raggiunse un accordo, Telefo depose Oreste e Achille fu convocato.
Su suggerimento dello stesso Calcante, Achille grattò un po’ di ruggine della sua lancia sulla ferita di Telefo, e questa miracolosamente guarì [3]. In cambio Telefo donò ad Achille alcuni cavalli (ma non Balio e Xanto, dono al figlio di Peleo, che a sua volta li aveva ricevuti da Poseidone come dono di nozze) e guidò la flotta greca sulle spiagge di Troia.
In seguito, benché fosse imparentato con Priamo (ne aveva sposato la figlia Astioche), Telefo rimase neutrale nel famoso assedio.


Così sei tu,
Mia bella tu
Tu che puoi uccidermi e farmi risorgere
Non vale altra cura per le ferite che procuri tu..


E qui il nostro mitiko Vinicio attualizza, come è buono e giusto il mito.
Da sempre l’effetto dell’Amore è paragonato a quello di un incendio o preferibilmente a quello della ferita di un’arma, anche se di solito si tratta dell’arco di Eros \Cupido, come accade, a puro titolo di esempio, quando Petrarca, in Avea i capei d’oro a l’aura sparsi dice


Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch'i' vidi, e se non fosse or tale,
piaga per allentar d'arco non sana.


Ma se andiamo più indietro nel tempo, troveremo che già Luciano nel suo dialogo Nigrino propone che le donne guariscano gli innamorati come Telefo lo fu da Achille; e in seguito l'Antologia Palatina riporta due epigrammi, uno di Macedonio di Tessalonica e l’altro di Paolo Silenziario, in cui si ripete lo stesso topos. [4]
L’Amore come forza irresistibile, che può dare gioia e insieme dolore, in quell’inevitabile intrecciarsi di Eros e Tanathos di cui ci parlano gli psicologi.


La lancia del Pelide infuria in battaglia
Infiniti lutti adduce al suo tocco
Ma è unica a avere
Il magico dono
Di restituir la vita a chi l'ha tolta


E infatti la lancia sembra l’arma preferita da Achille, più che la spada, per le sue stragi. Da non dimenticare che se Efesto fece una nuova armatura al Pelide su richiesta di Teti, assieme all’elmo, agli schinieri e soprattutto al famosissimo scudo (e vi rimandiamo QUI per alcuni significati nascosti nella unga ekphrasis dell’Iliade sulle descrizioni dello scudo), la lancia resta quella originale.
E proprio con quella lancia, il “faggio greve”, il Pelide uccide Ettore (Iliade Canto XXII).



Così sei tu,
Mia bella tu
Tu che puoi uccidermi o farmi risorgere
Come quella fenice è la ferita che procuri tu


La citazione della fenice ci porta a un altro mito di morte e rinascita attraverso il fuoco.
I sacerdoti di On (Eliopoli) parlavano del favoloso uccello Bennu, che i greci reinterpretarono come simbolo della morte e della resurrezione: si diceva l’araba fenice, dopo aver vissuto per cinquecento anni, quando sentiva arrivare la morte, si faceva un nido in cime a una quercia (o a una palma), che arricchiva di preziose essenze, vi si sdraiava sopra e lasciava che i raggi del sole le accendessero, morendo consumata nell’incendio successivo.
Ma dalle sue ceneri emergeva una piccola larva che nel giro di tre giorni (come Apollo) diveniva adulta e la nuova fenice volava fino ad On e lì si poggiava sull’albero sacro cantando al sole nascente.


Guariscimi ora
Tu sola hai la cura
Non vale che cerchi altrove consiglio e premura

Guariscimi ora
Tu che ne hai la cura
Il tuo amore è una lancia appuntita
Che può toglier la vita
Guariscimi amore,
Dal male d'amore
Guariscimi ora,
Tu sola hai la cura

Ahhhh....

Tornerò a vita per te
Tornerà vita per noi..
Guariscimi amore
Dal male d'amore
Guariscimi ora
Tu che ne hai la cura


Quale è il segreto della Lancia di Achille e dell’amore? Entrambi sono manifestazioni di una delle due caratteristiche della magia così come identificate, tra gli altri, da Sir James Frazer.
All’interno della magia simpatica, esistono due categorie: la magia omeopatica (il simile genera il simile) e quella contagiosa (l’effetto di un contatto reciproco agisce a distanza).
Così come ricorda Graves a proposito del mito di Telefo [5] con l’episodio della ruggine curativa della ferita provocata dallo stesso oggetto da cui nasce la ruggine, si tratterebbe di un esempio di magia omeopatica (“il simile cura il simile”). Insomma: la ruggine, in quanto “malattia” del metallo della lancia, può curare la malattia provocata dalla lancia stessa.



[1] Ne I Miti Greci (160.8) Robert Graves ipotizza che fossero stati confusi dall’Afrodite Troiana, così come la dea sabotò il rientro degli Achei dopo la presa di Ilio.
[2] La cosa destò grande scandalo quando Euripide nel suo Telefo portò in scena il re vestito di stracci, generando le feroci parodie di Aristofane (negli Acarnesi e nelle Tesmoforiazuse)
[3] Plinio il Vecchio, invece, razionalizza il mito dicendo che la guarigione fu fatta grazie a una pianta curativa che gli era stata indicata a suo tempo dal maestro Chirone. Dall’eroe la pianta prese il nome di Achillea millefolium. Sulla persistenza delle ferite che non curano si veda anche il mito del Re Pescatore nel ciclo Brettone.
[4] Tra le riprese successive, seppure con significati diversi, segnaliamo quella di (Inferno XXXI, 4-6 dove il poeta nota che prima le ammonizioni e poi i conforti di Virgilio sono simili nel loro effetto alla leggendaria lancia del Pelide), Chaucher (I Racconti di Canterbury, Il racconto dello scudiero, dove però i poteri vengono attribuiti alla SPADA di Achille, e non alla sua lancia), Shakespeare (il messer Crollalanza ne parla in Enrico VI, parte II, Atto V scena I, dove la duplicità di effetti è riferita alla “fronte” ovvero alla mente del personaggio) e Goethe (Torquato Tasso, Atto IV scena 4)
[5] I miti greci 160.9. Qui si ricorda anche il mito di Melampo (vedi op. cit. , 72.e), che curò l’impotenza di Ificlo capendo che era legata a un trauma giovanile: il ragazzo era rimasto terrorizzato vedendo il padre avanzare verso di lui con il coltello sporco del sangue dei sacrifici e aveva temuto che volesse sacrificare anche lui e ciò aveva causato l’impotenza; soltanto quando bevve un po’ d’acqua con la ruggine del coltello guarì. Che dietro l’episodio di Ificlo si possa nascondere una metamorfosi del rito di sacrificio del primogenito non è stato notato da Graves, solitamente molto attento a episodi come questo.

NB: immagini e testi non mi appartengono, sono tratti dal web e qui vengono riportati solo a corredo dell'analisi. Questo blog non ha fini di lucro. 
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mercoledì 6 agosto 2014

L’ALMANACCO DEL BUON PAGANO NEL MESE AUGUSTANO – A.D. VIII ID. AVG. (6 agosto)





 ANTE DIEM OCTAVUM IDUS SEXTILES (AUGUSTAS)

DIES FASTUS (in questo giorno sono permesse le azioni legali)

OGGI IUPPITER SARA’…
Velatus

SI RICORDA IN QUESTO GIORNO
439 d.C. – Licinia Eudossia, figlia dell’Imperatore Romano d’Oriente Teodosio II e moglie dell’Imperatore Romano d’Occidente Valentiniano III, è elevata al rango di Augusta. Benché fosse cristiana, la ricordiamo per un titolo portato da ben più degne credenti negli dei: Livia Augusta, moglie del Divo Cesare Augusto; Diva Faustina, moglie del Divo Antonino; Giulia Soemia madri di imperatore.

I MORTI DEL GIORNO
268 – A seguito del rescritto dell’imperator Valerianus Augustus è stato giustiziato per decapitazione Xistus II, episcopus dei cristiani di Roma.

IL NUMEN DEL GIORNO: BRAN IL BENEDETTO
Gigante e re di Britannia, detto anche Bendigeidfrân (“Corvo benedetto”), eroe della guerra tra irlandesi e gallesi. A causa di una ferita al piede per una freccia avvelenata, sente vicina la morte: così ordina che la sua testa venga tagliata e sepolta a Londinium. Alla fine della guerra sopravvivono solo sette campioni: essi restano ad Harlech per sette anni, intrattenuti dalla testa parlante di Bran e dai cinguettii degli uccelli di Rhiannon. In seguito vanno a Gwales, dove rimangono per ottant’anni in un castello incantato senza percepire lo scorrere del tempo. Ma quando la porta verso l’esterno viene aperta, l’afflizione per la guerra e il tempo trascorso li prende: la testa di Bran diventa muta e, come ordinato, ora viene sepolta a Gwynfryn, la “Collina Bianca”, rivolta verso la Francia a scongiurare future invasioni.
Lì rimase finché Artù la fece disseppellire, proclamando che a difendere la Britannia sarebbe bastata la forza del suo braccio.

IL DETTO
Tallone d’Achille
Benché Omero non lo dica, anzi sembri negarlo, si diffusero presto le tradizioni che Achille, il principale campione degli Achei all’assedio di Troia, fosse invulnerabile.  Secondo l’Achilleide di Stazio, la madre Teti volle proteggere il figlio immergendolo nelle acqua dello Stige, così che divenisse, appunto, invulnerabile: per farlo lo teneva per il tallone, che rimase l’unica parte vulnerabile. Secondo Virgilio e i mitografi successivi, Paride venne a sapere di quel punto debole, e lo uccise con una freccia al tallone: ma a guidare la freccia sarebbe stato in realtà il dio Apollo, nemico del Pelide.
Un altro eroe invulnerabile tranne che in un punto è Sigurd\Sigfrido. Questi acquisisce l’invulnerabilità bagnandosi nel sangue del drago Fafnir: mentre compie l’operazione, però, una foglia di tiglio si posò sulla sua spalla, lasciando vulnerabile il punto in cui Hagen colpisce a morte l’eroe.

COLTIVARE CON GLI ANTICHI
Ricorda che quando ci sono state tempeste piovose egli [il fattore, ndr] avrebbe dovuto svolgere quei lavori che che si possono fare durante la pioggia: lavare le botti, spalmarle di pece, pulire la fattoria, rivoltare il grano, portare via lo sterco, fabbricare il letamaio, ripulire il grano, rammendare le funi, farne delle nuove; che sarebbe stato opportuno che i servi gli rammendassero i vestiti e i cappotti.
(Catone il Censore, De Agri Cultura \ De Re rustica, II, 1-3)

TRE RIGHE, UN LIBRO
Graves\Patai, I miti ebraici, Longanesi 1980 (1963)
Parente stretto (ma non “povero”) del più famoso “I miti greci” di Graves, questo libro segue la stessa struttura, ma analizza il racconto della Genesi da un punto di vista mitologico “neutrale”. Se volete sapere che fine abbia fatto la prima Eva o i segreti dello Ziz, questo è il libro che fa per voi.

IL REGALO DEL GIORNO
Triplices (Tavolette a tre fogli)

Non reputarlo un dono da due soldi
Se l’amica ti scriverà che viene

(Marziale, Apophoreta, VI)

LA RICETTA DEL GIORNO (a cura di Gavio Apicio)
Patina de piris (Piatto di pere)
Trita delle pere lessate e ripulite del torsolo insieme al pepe, al cumino, al miele, al passito, alla Salsa e a poco olio. Unite alle uova fanne una padella; cospargila di pepe e porta in tavola.
(De Re Coquinaria, IV, II)

IL CONSIGLIO DEL GIORNO
Non lasciare al tuo erede né profumo \ né vino. Lasciagli i soldi. Il profumo \ e il vino godili tutti tu. 
(Marziale, Xenia, CXXVI)


NB: immagini, video e traduzioni non mi appartengono e sono qui solo a corredo di un divertissement. Questo blog non ha fini di lucro.