lunedì 2 agosto 2010

MIGRANTI - Argo e le Danaidi 1

Sono loro ad averci regalato (tra le varie cose) la parola "barbaro" e quel sottofondo un po' discriminatoro che accompagna la definizione: i "barbari" sono coloro che balbettano, che non sanno parlare bene la nostra lingua... e con un, ahinoi!, triste salto logico, "barbari" sono coloro che non capiscono, che sono estranei, e quasi sempre inferiori.
"Loro" sono naturalmente i Greci, gli Elleni, i Danai... i migratori per eccellenza, alla ricerca di uno "spazio vitale" altrove (prima sulle coste dell'Asia Minore\Anatolia, poi verso la Magna Grecia\Italia del Sud+Sicilia). "Barbari" anche loro, in fondo.

"Arrivano i barbari" diventerà "Mamma li Turchi" e poi "Attenti ai Vù cumprà". E, con un altro salto, anche i Greci, così attenti a tenere fuori dall'Anfizionia Delfica e dalle Olimpiadi tutti coloro che non erano di sange ellenico, avrebbero apprezzato il concetto mentale odierno che in uno statunitense non vede un extracomunitario: loro accettarono i Romani, "barbari" ieri, ma in fondo amici, discendenti, liberatori...
Pare proprio che la realtà della minaccia culturale e fisica dello straniero sia sempre subordinata al potere posseduto da chi è lo straniero.

Ma chi sono i Greci, in fondo in fondo? Innanzitutto furono Elleni, discendenti di Elleno, venuto dalla Tessaglia, e dei suoi figli Acheo, Doro, Eolo (II) e Xuto (padre putativo di Ione). Ma la Tessaglia è una regione greca, dunque possiamo in un certo senso definirli autoctoni, cioè nati dallo stesso suolo in cui vivono.
Possiamo quindi dire che le loro idee sulla purezza e la necessaria appartenenza alla stirpe nascono da un fondo di continuità genetica?
In realtà no.

Leggiamo Omero, padre della Grecità così come gli Elleni stessi la intendevano. Il poeta chiama Achei gli assedianti di Troia, ma li nomina anche come Danai e Argivi. Danai ed Argivi sono più o meno la stessa cosa, perchè si riferiscono ad Argo, leggendariamente una delle città originarie (anzi: secondo i suoi abitanti fu la prima città, ma tante altre città gli contestano il primato!), e a Danao, il suo leggendario primo... ops!, secondo o terzo o quarto re!
Gli Elleni sono Danai, discendenti di Danao, e su questo i Greci dell'età arcaica avrebbero avuto quasi nulla da contestare.

Ma chi era Danao?

Immaginate la scena: Argo, un giorno come tanti (all'epoca si navigava solo di giorno), la zona del porto (che non era esattamente dentro la città, ma nei pressi). Una nave si affaccia nel golfo, una nave dalle fattezze egizie, la prima nave con due prore che mai avesse solcato il mare.
Sopra un uomo venerabile per età, le sue 50 figlie, di certo qualche marinaio (la nave l'avrà pur governata qualcuno di esperto, no?).
Sbarco della strana congrega, qualche stentato balbettìo barbarico, riconoscimento: Danao, re spodestato d'Egitto è arrivato a reclamare il trono di Argo. E Danao ha molta fretta di avere il trono che, a suo dire, gli spetta...

Danao, in realtà, ci vogliono far credere che fosse greco, o per lo meno oriundo (cioè poteva giocare per la nazionale argiva se avesse ottenuto il passaporto di anfizionico): lui discendeva da Io, figlia del fiume Inaco, posseduta da Zeus e tasformata in giovenca per sfuggire al vigile sguardo della gelosa Era.
Ma la moglie (cornificata) del re degli dei non era sciocca: la dea sospetta qualcosa. Zeus, infatti, era per sè stesso un mutaforma... anche con Era si era avvicinato come uccellino intirizzito dalla pioggia, e quando lei lo aveva preso in braccio... il dio tornò alla sua forma umana e la violentò!
Comunque Era si fa regalare dal marito la vacca\Io, e da lì inizia una sequenza di vicende burlesche e tragiche che porta la povera Io, sempre in forma di vacca a essere presa, portata di qua e di là, perseguitata da un tafano, attraversare il Bosforo e giungere in Egitto dove finalmente recupera la forma umana, partorisce il figlio di Zeus (Epafo), si sposa col sovrano locale e fonda il culto di Iside.

Epafo sposò Menfi, figlia del Nilo, e ne nacque Libia, che da Poseidone ebbe Agenore (padre di un paio di "emigranti di ritorno" in Grecia) e Belo. Da Belo e Anchinoe (altra figlia di Nilo), finalmente, nacquero Danao ed Egitto.
Danao ebbe le cinquanta figlie femmine di cui abbiamo detto, Egitto ebbe cinquanta figli maschi. Cosa fare di meglio per risolvere questioni di eredità, che far sposare le cinquanta Danidi con i cinquanta figli di Egitto? Così la pensava Egitto, anche perchè, mettendo lui la parte maschile delle nozze collettive, sperava di esautorare il fratello. Così Danao, malfidandosi, si era dato alla fuga in direzione Argo, la terra di mammà (anzi dell'antica nonna).

Danao chiede il trono di Argo, l'abbiamo detto, anche per avere un rifugio da Egitto e i suoi figli che, ne è certo, lo stanno inseguendo.
Gelanore, re di Argo, rise alla pretese dello straniero (in fondo il verbo "ghelào" da cui deriva il suo nome significa "rido", no?). Ma visto che siamo in Grecia, tutto si trasforma in un bel dibattito democratico: Gelanore sarebbe probabilmente rimasto re se, durante il dibattito, un lupo non fosse appraso, sbranando una mandria lì vicino. Gli argivi, evidentemente più interessati ai presagi che a salvarsi le mandrie, interpretarono che se non avessero dato pacifcamente il trono a Danao, questi se lo sarebbe preso con la forza!

Così Danao, l'immigrato di ritorno, divenne re di Argo, e della sua discendnza ne parleremo in un prossimo post.
Ma quello che più ci preme qui è un'altra cosa: Danao era davvero un oriundo greco?

Riflettiamo: la storia di Io sedotta e trasformata, vittima della gelosa furia di Era, è dettagliata ed articolata, ma presenta anche altri finali oltre a quello egizio: secondo Strabone la fanciulla\vacca avrebbe partorito nell'isola di Eubea (Grecia che più Grecia non si può) e lì sarebbe morta. Secondo il bizantino Giovanni Malalas, invece, Io avrebbe partorito Libia in Argolide, fuggì in Egitto ma poi proseguì fino alla Siria dove morì.
Solo nel secondo caso c'è il legame con l'Egitto, ma il nome del pargolo divino cambia, anche se rimane all'interno della genealogia "classica".
Tuttavia sembra non esserci dubbio che il mito abbia avuto una sua "vita" a prescindere da quello dell'arrivo di Danao.

La storia di Danao e delle Danaidi che sbarcano nell'Argolide è ugualmente articolata e complessa (i suoi sviluppi, come detto, verranno descritti in un prossimo post) e ha un suo valore a prescindere dal mito di Io (il "presagio del lupo" potrebbe giustificare l'ascesa al trono dello straniero al di là della sua presunta ascendenza).

Quella che sembra artificiosa è la genealogia che collega i due protagonisti.

Epafo è stato identificato con il bue Apis (il sacro bovino di Menfi) perchè era così fin dall'origine o lo è stato proprio per collegare due miti in origine separati?
Libia (nipote o figlia di Io che fosse), Menfi, Nilo, Tebe (altra presunta figlia di Epafo e Menfi) sono nomi di luoghi, gli dei (Posedione, ma anche Belo = il Baal cananeo) appaiono a colmare "buchi"...
Da Agenore discenderanno Fenice (eponimo della Fenicia), Cilice (eponimo della Cilicia), Taso (eponimo dell'isola omonima), Fineo e altri due immigrati famosi, Cadmo ed Europa.
Insomma: una famiglia quanto meno "geografica", che ci ricorda certi elenchi del biblico Libro della Genesi, dove le parentele degli eponimi servono a stabilire rapporti di legmi tra i popoli.
Da qui il dubbio: Danao era davvero un discendente di Io, o era leggendariamente solo un sovrano straniero in fuga dalla sua terra, giunto per caso nel Peloponneso e lì divenuto protagonista del mito?



Patone narra che un sacerdote di Sais disse a Solone che i Greci furono sempre dei fanciulli rispetto agli Egizi.
Un'origine Egizia nobilitava e "anticava" la stirpe, e forse solo successivamente, quando il concetto di "barbaro" divenne sinonimo di "diverso in senso negativo (e inferiore)", fu necessario per la dignità della stirpe attribuire anche ai venerandi egizi un'origine greca.
Così i discendenti di Danao non si vollero più considerare stranieri (seppur provenienti dall'illustre stirpe dei Faraoni) e gli Elleni assimilarono e assorbirono questi lupi venuti dall'esterno, che avrebbero preso le terre natie con le cattive, se non fossero state loro cedute con le buone.

sabato 31 luglio 2010

MITOLOGIA COMPARATA - Migranti


In quest'epoca di spostamenti, voluti o non voluti, graditi o odiati, desiderati o temuti, spesso il concetto di nazionalità si ritiene minacciato dall'arrivo di altre "nazioni" esterne, dell'altro "invasore".
Lungi da me esprimermi sull'attualità: in questo blog si trattano i miti, l'eterno ritorno (nessuna ironia voluta con l'argomento del post) nella creazione delle storie dell'Uomo.

Tante volte, però, oggi si fa richiamo a un passato più o meno glorioso, a sacralità di terre patrie, a destini che legano indissolubilmente stirpi e luoghi, come se questi fossero immutati e immutabili, scolpiti sulla pietra dei Dieci Comandamenti.

Bene, se una cosa ci insegnano i miti, è che questo concetto di immobilità non esiste.

Uno dei grandi filoni di quasi ogni mitologia, è quello che racconta l'origine di un popolo (anzi, spesso dell'unica stirpe che si possa autodefinire "Popolo degli Uomini"), e queste origini sono (quasi) sempre... risalenti a una migrazione da altrove.
Proprio così: le grandi mitologie sono quasi sempre fatte da popoli che narrano di essere arrivati dall'esterno e che hanno soppiantato (a volte sterminato) gli aborigeni\autoctoni\indigeni: insomma, chi prima di loro occupava quelle terre che sarebbero divenute le (nuove) terre patrie.

A leggere queste storie ci sarà chi ci potrà vedere un'oscura minaccia e chi troverà confermata la natura vagabonda e mista dell'uomo e la positività dello spostarsi e del mescolarsi.
Al vostro Aristarco piace pensare che, come sempre accade per il mito, l'uomo è sempre Uomo ovunque nello spazio e nel tempo: cambiano i luoghi, cambiano le epoche, ma le tematiche e i miti hanno sempre una costanza di fondo.

venerdì 30 luglio 2010

MALA TEMPORA CURRUNT













Pensieri sempre validi...
"...non mai infatti da più atroci calamità del popolo romano o da più certi indizi fu provato che non della nostra sicurezza, ma del nostro castigo si danno pensiero gli dei"

C. Tacito, Historiae, I, 3, 2

lunedì 12 luglio 2010

MITOLOGIA - Definizioni autorevoli



Anticamente un racconto aveva solo due modi per finire: passate tutte le prove, l'eroe e l'eroina si sposavano oppure morivano. Il senso ultimo a cui rimandano tutti i racconti ha due facce: la continuità della vita, l'inevitabilità della morte

I. Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore, Capitolo undicesimo

mercoledì 7 luglio 2010

MITOLOGIA - Definizioni autorevoli


Senza comprendere il mito e la sua relazione con l’inconscio, se non s’intuisce l’aspirazione e l’espressione religiosa che si cela dietro il processo di creazione del mito non riconoscendo il potere dell’esperienza numinosa, nessun ricercatore di religioni comparate può sperare di trarre alcun significato dalle infinite variazioni dell’espressione di fede. Di conseguenza, molti cadono nella sciarada, intellettualmente sicura, della semplice classificazione. Collegano gli elementi comuni come se comprendere la religione fosse soltanto un altro esercizio di riferimenti incrociati. Dimenticano l’esperienza intensamente personale, eppure universale, che cerca in modo disperato una manifestazione tra le limitazioni del linguaggio e della cultura. Uno dei grandi storici della Mesopotamia, il professor Leo Oppenheimer, della Chicago Oriental School, ironizzava sui creatori di "sistemazioni che scorrono senza intoppi, addobbate in una massa di paragoni e paralleli assai ingegnosi, ottenuti zigzagando sul mondo e attraverso la storia conosciuta dell’uomo". Se qualcuno cerca la luna, la descrizione e il confronto dell’apparizione di un milione di dita che puntano in quella direzione non faciliterà più di tanto la conoscenza circa la sua apparizione.

M.Baigent, Il Cielo di Babilonia, cap. 7

mercoledì 16 giugno 2010

TUTTI FIGLI DI EVEMERO - Scipione aveva un sogno...


La lettura delle Storie dell'acheo Polibio può avere dei risvolti insospettati per un appassionato di mitologia.
"Ma come, - direte voi - proprio Polibio, il razionale, quello che tratta di storia 'vista di persona' e che non si diletta neppure della solita introduzione mitologica sulle origini? Proprio lui, lo storico della pragmatica, ci dà indicazioni mitologiche?"

Beh, in effetti ci da' indicazioni... al contrario. Perché Polibio è uno dei tanti "figli di Evemero" che vede nella religione classica (e quindi nel mito che la fondava) un 'imprescindibile "instrumentum regni", per cui tutto è spiegabile in modo umano (anche se gli dei esistono, basta non approfondire tropo il discorso).

Così il nostro storico acheo ci presenta la vita di Publio Cornelio Scipione detto poi l'Africano come costellata di sogni profetici nei momenti importanti, e si sa che i sogni che escono dalla porta d'avorio di Morfeo sono di ispirazione divina.
Ma, per Polibio, anche no.

In effetti i sogni di Scipione, che divennero ben presto parte della leggenda che circondava la figura dell'uomo di stato, sono, per Polibio, uno strumento usato da quell'uomo abile e previdente per crearsi, appunto, quella leggenda.


Iniziamo dal primo in ordine cronologico. Polibio racconta che Lucio Scipione (il fratello più giovane di Publio, e che in seguito sarebbe stato soprannominato "Asiatico") si candidò all'edilità, ovvero alla prima delle cariche pubbliche del cursus honorum romano. Era una carica prestigiosa, che vedeva molti concorrenti, e Publio capì che l'elezione di Lucio non era affatto scontata: quello già famoso nella nuova leva degli Scipioni era lui.
Eppure Publio, ancora molto giovane, inizialmente non si candidò.
La madre dei due, Pomponia, al contrario faceva il giro di templi per sacrificare agli dei a favore del fratello. vedendola così ansiosa per il futuro politico di Lucio, Publio raccontò a Pomponia di aver fatto per due volte lo stesso sogno: in esso i due fratelli tornavano a casa dal foro, e la madre andava loro incontro sulla porta e li salutava.
La madre, emozionata, si augurò che il sogno si realizzasse ma pensava che Publio fosse troppo giovane per candidarsi, e quindi non ci pensò più.
Il giorno delle votazioni Publio, mentre la madre ancora dormiva, andò al foro con Lucio, si candidarono, e per il benvolere del popolo verso Publio, entrambi i fratelli furono eletti.
Tornarono a casa e la madre, stupita, corse loro incontro e li salutò come nella visione di Publio. Tutti coloro che avevano sentito in precedenza del sogno, iniziarono a diffondere la voce che Publio non solo durante il sonno, ma anche durante la veglia parlasse con gli dei.
Secondo Polibio il sogno era ovviamente falso: Publio era stato eletto perché era generoso e gradito al popolo, ma seppe sfruttare abilmente l'occasione datagli dal popolo e dalla madre per raggiungere il suo obiettivo e insieme dare l'impressione che tutto fosse stato raggiunto grazie a un'ispirazione divina.

Anni dopo, all'assedio di Nuova Cartagine, uno degli episodi decisivi della Seconda Guerra Punica, Scipione era ormai un uomo fatto, a capo di un grande esercito, impegnato in una campagna difficile.
Dopo aver raggiunto la città con una mossa ardita, si trovò nella necessità di conquistarla rapidamente... e usò di nuovo il "trucco" del sogno.
La città assediata era quasi imprendibile, posta com'era tra il mare, una collina aspra e una palude. Ma Scipione si era accorto che in un periodo preciso della giornata, la bassa marea era di tale portata che la palude diventava improvvisamente attraversabile per il suo esercito.
Così Scipione pianificò l'attacco e disse alle sue truppe di aver sognato che Nettuno (Polibio, da greco, ovviamente parla di Poseidone) gli era apparso in sogno e che gli aveva non solo indicato il punto dell'assalto decisivo, ma gli aveva promesso che al momento culminante lo stesso Nettuno sarebbe intervenuto in maniera così chiara che tutto l'esercito avrebbe compreso che il dio era dalla sua parte.
Polibio, con la sua fredda ironia, rileva che alle promesse di aiuto mistico Scipione aggiunse la promessa di corone d'oro e delle altre "medaglie" ambite dai soldati romani.
Così, il giorno dopo, mentre il grosso dell'esercito impegnava i Cartaginesi nei punti più difesi delle mura, all'ora prevista da Scipione la marea calò: i romani stupefatti videro in ciò l'intervento del dio profetizzato da Scipione. Pieni di ardore combattivo, attraversarono la palude quasi asciutta e attaccarono un punto delle mura più sguarnito.
La città cadde poco dopo, e la fama di Scipione come uomo amato dagli dei aumentò.

Il terzo sogno che riguarda Scipione l'Africano è riportatod a Cicerone nella parte conclusiva del De Re Publica, e stavolta a sognare è Scipione l'Africano... ma si tratta del nipote adottivo del nostro Publio!
Il Somnium Scipionis (come viene chiamata questa parte dell'opera ciceroniana fortunosamente ritrovata dal Cardinale Angelo Mai) racconta appunto di un presunto sogno di Scipione Emiliano (detto l'Afrticano Minore, per aver conquistato cartagine nel 146 a.C.). Questi avrebbe raccontato che, durante il sonno, gl era apparso suo nonno adottivo, ovvero il nostro Publio, che gli avrebbe promesso gloria e morte improvvisa (ahilui, novello Achille) ma gli avrebbe anche mostrato le sfere celesti in cui gli spiriti virtuosi sarebbero stati premiati con una vita immortale.
Cicerone scrisse il De Re Publica nel 54 a.C., e non sappiamo se avesse inventato completamente il sogno di Scipione Emiliano per fini "filosofici" o se abbia ripreso qualche tradizione già esistente.
Ma di questo ennensimo sogno riguardante Publio Scipione, chissà cosa ne avrebbe pensato Polibio, che di Scipione Emiliano fu amico e collaboratore!

martedì 1 giugno 2010

MITOLOGIA INDIANA - Avatar non su Pandora! 11


E infine, al termine della nostra cavalcata tra i Desavatara di Vishnu, ecco Kalki(n).
Infine non a caso: Kalki è l'Avatar che verrà (secondo un etimo del suo nome: "kal ki avatar"), il decimo e ultimo Maha Avatara, che arriverà al culmine della corruzione di questo Kali Yuga. Il suo arrivo segnerà la fine di questo periodo "nero" per far ricominciare il grande ciclo con una nuova età dell'oro, un nuovo Krita Yuga.

Kalki è il "Cavallo Bianco" (o "Vishnu sul cavallo bianco", come viene raffigurato), e svolgerà il suo ruolo di Avatar coerentemente con i suoi predecessori: egli sarà il "distruttore della malvagità" ("kalka" significa anche "sporcizia, malvagità") che riporterà l'ordine al suo punto di partenza naturale.

Quando accadrà l'avvento di Kalki? Come nelle profezie escatologiche classiche, il "dove e quando" non sono specificati, a meno di non fare riferimento all' "anno di Brahma": il Kali Yuga (la nostra era) dovrebbe durare 1.200 anni e tradizionalmente è iniziato la mezzanotte del 18 febbraio 3102 a.C., momento della "morte" di Krishna.
Quindi ci troveremmo già in un nuovo Mahayuga (la sequenza di 4 yuga)... ovvero nell'età dell'oro!
Per non cadere in tentazioni Leibnitziane, ricordiamo che, per altri studiosi Vishnuiti, il Kali Yuga durerà 432.000 anni, e quindi Kalki apparirà sul cavallo bianco (e spada fiammeggiante) nell'iperbolica cifra dell'anno 428.899 d.C..

Il Kalki Purana è più preciso, specie negli obiettivi di Kalki: egli verrà a sconfiggere le tradizioni ritenute eretiche (dai gruppi integralisti Vishnuiti, per lo meno) in quanto non aderenti alla tradizione dei Veda, come Buddhismo e Giainismo.



Alcune piccole note
In alcune versioni del Buddhismo ritroviamo Kalki: egli sarà noto come Kulika, il re di Shambala, il leggendario regno che sarà fondato quando tutta l'umanità sarà illuminata.

In alcune rappresentazioni il cavallo di Kalki è alato. In alcuni passi è chiamato Devadatta, "Dono di Dio".

Ovviamente le interpretazioni di Kalki e del momento della sua venuta si sprecano, anche se molti studiosi concordano che la cifra di 432.000 anni sia simbolica (così come i 1.200 anni potrebbero essere non anni intesi in senso umano).

Come è avvenuto per il Messia atteso dagli Ebrei, nel corso della storia molti uomini si sono dichiarati come Kalki finalmente arrivato.
Savitri Devi Mukherji, autore vicino al nazismo, vide in Kalki la profezia dell'avvento di Hitler, destinato, a suo dire, a restaurare l'ordine e la superiorità degli Ariani.

Alcuni teosofisti (ripresi da alcuni esponenti New Age) hanno cercato di conciliare la figura di Kalki con quella del cavaliere in groppa al cavallo Bianco dell'Apocalisse tradizonalmente identificato con il portatore della "pestilenza"). A sostegno della loro tesi riportano che Kalki, in alcune fonti. affronterà i due gemelli Koka e Vikoka, in cui si vuol vedere la trasposizione dei Biblici Gog e Magog.

Per chi crede al 2012, ricordiamo che il calendario Maya riporta come data iniziale il 11 agosto 3114... non così lontano dalla data di inizio del Kali Yuga. Per i Maya siamo nell'era del quarto sole, come il Kali Yuga è la quarta era... si lascia al lettore la "facile" dimostrazione di come i 1.200 (o 432.000) anni indù possano esser conciliati col 21 dicembre 2012 (o 2013) attraverso un simbolismo scelto ad hoc.

È stato ipotizzato che il Kalki Purana sia stato scritto come risposta induista alle profezie buddhiste del Kalachakra Tantra o quelle relative a Maitreya.