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domenica 3 maggio 2015

Citazioni Citabili - Eros e Psiche e Alda Merini


 

Luce 
di Alda Merini
(a G.S.)
Chi ti descriverà, luce divina 
che procedi immutata e immutabile
dal mio sguardo redento? 
Io no: perché l’essenza del possesso 
di te è "segreto" eterno e inafferrabile; 
io no perché col solo nominarti 
ti nego e ti smarrisco; 
tu, strana verità che mi richiami 
il vagheggiato tono del mio essere. 

Beata somiglianza,  
beatissimo insistere sul giuoco  
semplice e affascinante e misterioso
d'essere in due e diverse eppure tanto 
somiglianti; ma in questo 
è la chiave incredibile e fatale 
del nostro "poter essere" e la mente 
che ti raggiunge ove si domandasse 
perché non ti rapisce all’Universo 
per innalzare meglio il proprio corpo, 
immantinente ti dissolverebbe. 

Si ripete per me l’antica fiaba 
d’Amore e Psiche in questo possederci 
in modo tanto tenebrosamente 
luminoso, ma, Dea, 
non sia mai che io levi nella notte 
della mia vita la lanterna vile 
per misurarti con i presentimenti
emananti dai fiori e da ogni grazia. 

22 dicembre 1949 

Tratto da Poetesse del Novecento, in Fiore di Poesia, a cura di M. Corti, Einaudi 2014, ET Poesia per cui si veda QUI

NB: l'immagine e soprattutto il testo non mi appartengono e sono qui riprodotti non per violare il diritto d'autore (vi invito anzi ad acquistare il testo indicato), ma in omaggio alla poetessa e nel quadro di un'analisi della sopravvivenza delle suggestioni del mito negli autori moderni. Questo blog, ad ogni buon conto, è senza fini di lucro.


martedì 25 febbraio 2014

Le prove della sposa

LA PAZIENZA DELLE MOGLI


Vi abbiamo narrato tempo fa di qualche baldo giovane che doveva superare delle prove per poter sposare l’amata.
Oggi vi racconteremo di tre spose che dovettero affrontare delle ingiuste prove dopo il loro matrimonio. Se vi sia un legame, un filo sottile che collega queste tre storie allo stesso mito, lo lasciamo decidere ai nostri lettori.

La prima sposa viene dal mito celtico.
Nel libro gallese chiamato “Il Primo Ramo del Mabinogion” si racconta di Rhiannon: ella appare all'eroe Pwyll a cavallo di uno splendido cavallo bianco. Come spesso accade nel mito, una apparizione del genere rende la caccia inevitabile: Pwyll guida i suoi migliori cavalieri al suo inseguimento, ma non riescono a raggiungerla. In realtà il cavallo della donna è solo un'illusione creata da lei per potersi isolare con Pwyll. Dopo tre giorni, rimasti ormai soli, Pwyll la raggiunge e le chiede di fermarsi. E qui Rhiannon si dichiara all'eroe: preferirebbe sposare lui piuttosto che il malvagio Gwawl, l'uomo a cui è stata promessa.
Pwyll sconfigge Gwawl e i due si sposano. Dopo tre anni (notate la ricorrenza del numero tre) nasce loro un bambino. Ma questi scompare dalla culla la notte stessa della sua nascita.
Il bimbo era affidato a sei dame di compagnia della regina; esse temono di essere messe a morte per la scomparsa dell’erede di Pwyll, e per non essere incolpate spargono il sangue di un cucciolo su Rhiannon mentre dorme e pongono le sue ossa attorno al suo letto. Al risveglio di Rhiannon, le dame di compagnia affermano che il bambino è stato divorato da lei. Pwyll crede alle dame: non vuole uccidere la moglie, ma punisce Rhiannon relegandola nella corte di Arbeth per sette anni; lì, seduta vicino al palo dei cavalli fuori dall'entrata, deve raccontare la sua storia ad ogni passante e a richiesta lo deve portare sulle spalle fino alla corte.
Ma il bambino non è morto. Teyrnon ogni anno subiva il furto dei puledri nati dalla sua cavalla; stanco di ciò, tende un agguato al misterioso ladro e riesce a tagliargli la zampa. Il ladro fugge, e lascia sul posto il puledro appena nato e un bimbo che Teyrnon e sua moglie adottano. Lo chiamano Gwri Wallt Euryn (Gwri dai Capelli d'Oro), ed è eccezionale: come Apollo o Vali o i gemelli Aehser e Aehsaertaeg, cresce precocemente: dopo sette anni è già adulto e riceve il puledro nato la notte del suo ritrovamento.
A questo punto Teyrnon capisce di chi è figlio e lo riporta a Pwyll: Rhiannon viene perdonata dell'ingiusta accusa e chiamerà suo figlio Pryderi (ovvero "Preoccupazione").

La seconda sposa deriva da una storia dai tratti fiabeschi, narrata da Giovanni Boccaccio nella decima giornata del Decameron: narrata da Dioneo è l’ultima novella dell’opera.
Siamo alla decima giornata e, sotto il regno di Panfilo, l’ “onesta brigata” dovrà narrare di chi, con cortesia e magnanimità, ha avuto avventure d'amore o di altro genere.
Dioneo narra di Gualtieri, marchese di Saluzzo. Questi, è spinto dai suoi sudditi a sposarsi contro il suo volere. Quasi per ripicca, sceglie in sposa una ragazza figlia di un pastore, tanto povera quanto bella, di nome Griselda.
Nonostante le umili origini, Griselda si rivela buona e gentile, e si comporta con tanta dignità e onorevolezza, che tutti ben presto imparano a volerle bene. Alla nascita del primo figlio (una bimba) Gualtieri è felice; ma "per matta bestialità" il marchese decide di mettere alla prova la pazienza della moglie: vuole vedere se davvero lei è obbediente e del tutto sottomessa ai suoi voleri. Prima le riferisce che tutti parlano male di lei perché è di origine plebea. Anche la bambina non è vista di buon occhio proprio perché è figlia sua e lui è criticato perché l'ha sposata. Quindi manda alla moglie un servo che le porta via la bambina facendole credere (ma senza dirlo apertamente) che il padre la vuole morta. Griselda, pur soffrendo molto, non si ribella: chiede solo che sia sepolta, sempre se il marito non abbia ordinato altrimenti.
In seguito nasce un maschio. Dopo la gioia iniziale, Gualtieri riprende il suo piano, e lo sottre alla moglie. Anche questa volta Griselda soffre in silenzio.
Nessuno dei sudditi, e men che mai Griselda, sanno che Gualtieri ha mandato i figli a Bologna dove li fa allevare da una sua parente. Anzi: i sudditi iniziano a contestare il loro signore. Gualtieri, però, continua nel suo atteggiamento, pur essendo molto colpito dalla "costanza" della moglie che di lui dice solo bene.
Passati tredici anni e Gualtieri decide di sottoporre Griselda all'ultima prova. La fa convocare davanti a tutta la corte e le dice che ha chiesto al Papa la dispensa per sposare un'altra donna, una nobile, perché lei è di troppo bassa condizione per lui. Ora che il Papa gli ha dato il permesso lei deve immediatamente andarsene da palazzo così come vi era entrata.
Il giorno delle nozze Gualtieri aveva fatto rivestire da capo a piedi Griselda prima di portarla via dalla sua misera casetta: lei chiede solo, se possibile, di potersene andare in camicia e non nuda come vi era, appunto, entrata, perché i sudditi del marchese non vedano nuda la madre dei suoi figli; inoltre l'unica dote che aveva portato con sé era la sua verginità, e lui non gliela può più restituire. Gualtieri, generosamente glielo concede. Griselda torna in silenzio dal padre, che da tempo si aspettava una cosa del genere.
Dopo un po' di tempo Gualtieri fa venire di nascosto da Bologna i suoi figli, dicendo a tutti che la fanciulla (dodicenne!) è di famiglia nobile e sarà la sua nuova sposa. Poi fa chiamare Griselda e le ordina di mettere in ordine il palazzo e di preparare tutto alla perfezione per le nuove nozze. Griselda obbedisce senza fiatare. Il giorno del banchetto tutti ammirano la giovinetta, anche Griselda che dice che è bellissima. Gualtieri la fa chiamare e le chiede cosa ne pensa della sua scelta. Griselda risponde che la fanciulla è bellissima ma lo prega di risparmiarle le "punture" che ha dato a lei perché si vede che è stata allevata "nelle dilicatezze" e non in fatiche come lei e non ce la farebbe a sopportarle.
Finalmente Gualtieri considera felicemente concluso il suo esperimento e le rivela la verità: quelli sono i suoi figli, lui l'ama più che mai e ora torneranno tutti assieme e vivranno per sempre felici e contenti. Tutto finisce in gloria.



La terza sposa è Psiche, di cui Apuleio narra la fabula nella parte centrale delle sue Metamorfosi.
Psiche è la bellissima figlia minore di un re. E’ talmente bella che le genti dei paesi limitrofi la chiamano “Venere”. La vera dea della bellezza, però, non tollera rivali: prova invidia per lei e invia suo figlio Cupido perché la faccia innamorare dell’uomo più brutto della terra. Ma la freccia che deve far innamorare Psiche colpisce per sbaglio Cupido, e il giovane dio si innamora della fanciulla.
Un oracolo dice al padre di Psiche che la ragazza dovrà sposare un mostro: così ella viene abbandonata su una rupe, ma è solo un trucco di Cupido che, con l’aiuto di Zefiro [1] la conduce in un castello: lì Psiche vivrà nella ricchezza e nell’amore, ma con la proibizione di vedere mai il suo sposo.
Come ogni buon divieto delle fiabe, questo viene violato: spinta dalla gelosia delle sorelle, Psiche viene spaventata e tentata, e così una notte, mentre il suo sposo dorme, avvicina un lume e finalmente vede il volto del marito. In preda all’emozione, le cade una goccia rovente  dalla lucerna che aveva in mano; la goccia brucia Cupido, svegliandolo. Il divieto è stato violato, e il dio abbandona la moglie.
Sconsolata, Psiche vaga alla ricerca del marito, finché Venere la prende con sé. Ma l’invidia della suocera non è placata: sottopone Psiche a terribili prove.
Come prima cosa, la ragazza deve suddividere un mucchio di granaglie di varie dimensioni in tanti mucchi uguali; Psiche riceve un aiuto inaspettato da un gruppo di formiche, che provano pena per lei.
La seconda prova consiste nel raccogliere la lana d'oro di un gruppo di pecore [2]. Questa volta Psiche è aiutata dalle informazioni date da una canna verde: le pecore diventano infatti molto aggressive con il sole e lei dovrà aspettare la sera per raccogliere la lana rimasta tra i cespugli.
Poi Venere incarica la nuora di raccogliere acqua da una sorgente che si trova nel mezzo di una cima tutta liscia e a strapiombo. L’aiuto stavolta arriva dall'aquila dello stesso Giove.
L'ultima prova è la più difficile: Venere da’ a Psiche un’ampolla e incarica la ragazza di scendere nell’Ade e chiedere alla dea Proserpina, moglie di Plutone, di riempire quell’ampolla con un po' della sua bellezza. Psiche, disperata, medita il suicidio: salita su una torre per compiere l’estremo gesto, viene aiutata dalla torre stessa. Compiuta la missione, Psiche è mossa dalla curiosità, apre l'ampolla e scopre che il dono di Proserpina non è altro che un sonno profondissimo, simile alla morte.
Eros vede la sua sposa, sfugge al controllo della madre e va a risvegliare Psiche. Così vanno insieme da Giove, che si commuove e fa sì che Psiche diventi una dea, che può sposare sull’Olimpo Cupido. Da loro nascerà una figlia che si chiamerà Voluptas, cioè “Piacere”.




[1] Zefiro in versione servo invisibile sembra il modello per l’Ariel de La Tempesta di Shakespeare.
[2] i velli d’oro di arieti e pecore meravigliose tornano più volte nel mito greco. Si vedano i miti di Elle e Frisso (prologo della saga degli Argonauti) e quello del meraviglioso ariete di Atreo. 



PS: le immagini non mi appartengono e sono tratte dal web; qui sono a corredo dell'analisi. Questo blog non ha fini di lucro.

domenica 30 settembre 2012

PARTI AL MASCHILE 2 - BELLECOSCE



In questi tempi di discussioni sulla vera parità uomo\donna, sulle gravidanze anomale, e sugli uteri in affitto, la testimonianza degli dei può essere davvero illuminante.
QUI vi abbiamo raccontato di come Zeus sia stato uno strano "padre\madre\partoriente": dalla sua testa, infatti, spuntò fuori sua figlia Atena, armata di tutto punto.

Oggi vi narreremo di come le acrobazie partorienti di Zeus non siano finite con il parto cerebrale.

Il dio sapeva ingravidare donne divine e mortali in molti modi, ma si doveva tutelare nei confronti della gelosissima moglie ufficiale, Era, la Signora degli Dei, la Protettrice dei Matrimoni.
Una che, di fronte al tradimento, non esitava a perseguitare amanti e figli bastardi del focoso marito.
Quindi il camuffarsi era spesso un obbligo anche per il Re degli Dei e degli Uomini.

Inoltre il Cupotonante aveva un altro problemino: il suo "vero" aspetto prevedeva un'abbondanza di fulmini che lo circondavano perennemente. Una dea poteva sopportare una tale "scossa", ma un'umana decisamente no.
Così il Cronide era uso a prendere un aspetto umano quando andava a fare le sue visite di piacere, e così fece anche per sedurre la più giovane delle figlie di Cadmo, la bella principessa di Tebe chiamata Semele. E, visto che il super-virile Zeus non poteva fallire il colpo, ecco che la ragazza fu subito incinta di lui.
(Che poi Zeus avesse agito in forma umana o di serpente, poco ci interessa in questo momento)

Jan Voorhout, Zeus e Semele 
Era lo venne a sapere, ovviamente. E decise di lavorare di fino. Non più persecuzioni brutali o bandi minacciosi come era successo con Letò. No: la Regina degli dei voleva che la punizione del misfatto ricadesse proprio sul fedifrago marito.
Così si travestì da ninfa, e precisamente da Beroe, la nutrice di Semele. Andò a chiacchierare con la ragazza, e tra una frase e l'altra, suscitò la curiosità (e la diffidenza) della principessa: come mai Zeus non le si mostrava? Quale era il suo vero aspetto? O forse era qualcuno che si spacciava per Zeus e la stava ingannando?
Se davvero il padre di suo figlio amava Semele, allora doveva rivelarsi a lei!

La ragazza ci pensò su, ed essendo una donna, discendente di Pandora, non seppe resistere alla curiosità.
Quando lo sposo si fece vivo in una notte successiva per fare l'amore con lei, la principessa gli chiese prima un regalo. Zeus, imprudentemente, disse che poteva chiedergli qualsiasi cosa.
E Semele chiese di vederlo nella sua forma "piena", nella gloria dei fulmini e dei lampi.

Zeus ci rimase male. Nessun mortale, come detto, poteva sopportare il fulgore del Padre degli Olimpi. Ma una promessa, per quanto incauta, era pur sempre una promessa.
Così, forse maledicendo sé stesso perché di fronte a un bel faccino non riusciva a ragionare, il Signore dei Fulmini mantenne il giuramento: si manifestò in tutta la sua gloria e Semele (possiamo immaginare con un'espressione estatica) fu annichilita subito dopo.

Persa l'amante, Zeus non si perse d'animo. Il bambino che Semele aspettava (si dice che la ragazza fosse incinta di sei mesi) era per metà figlio suo, e quindi per il momento era sopravvissuto alle folgori paterne.
Restava un piccolo problema: era pur sempre un feto di sei mesi, che doveva arrivare al suo sviluppo. Zeus non ebbe l'idea dell'utero in affitto o di un utero artificiale. Forse nella sua mentalità non esisteva. O, semplicemente, era un dio, e gli dei hanno un modo diverso di gestire le crisi. E i parti.
Memore di essere già stato mammo una volta, decise di fare il bis.
Con variazione.

Forse si era stancato di farsi spaccare la testa, come era accaduto al momento del parto di Atena? Forse non voleva fare il cannibale come gli era successo con Metis?
Non lo sappiamo.
Sta di fatto che il Re degli Dei prese il feto dal cadavere ancora fumante, chiamò Ermes (o, secondo altri, fece da solo), si aprì una coscia e ci mise dentro il nascituro.
Poi richiuse il tutto e attese tre mesi.

Al momento adatto, con un'operazione chirurgica certamente meno invasiva del colpo di bipenne usato per aprirgli il cranio durante la nascita di Atena, la coscia fu aperta e Dioniso venne al mondo.



Prossimamente!
Gli dei non si privano di nulla! Non solo parti maschili, ma anche in forma equina! Non ci credete? Credeteci! Su questo blog sta per arrivare... "Il figlio del Dio chiamato cavallA!"

Qualche piccola nota...
Se vogliamo essere pignoli, non tutti dicono che Dioniso fosse figlio di Semele o fosse nato in questa maniera così insolita. Fermo restando che il padre era Zeus, c'è infatti chi dice che Dioniso fosse figlio di Lete, di Dione, di Demetra, di Io e, per molti, di Persefone.
Sarebbe quindi figlio di un incesto, perché tradizionalmente Persefone è considerata figlia di Zeus e Demetra: ed è, a nostra memoria, l'unico caso di incesto padre\figlia in cui sia stato coinvolto Zeus (con le sorelle è un'altra cosa).


Persefone, di Dante
Gabriel Rossetti
A proposito di Persefone, di uteri in affitto e di cannibalismo, i testi orfici dicevano che Dioniso era la "maturazione" di Zagreo, figlio di Zeus e Persefone. 
Il piccolo dio sarebbe stato fatto a pezzi dai Titani, ma il suo cuore palpitante fu raccolto da Atena che lo consegnò al padre. Zeus, che aveva già la tresca con Semele, inghiottì il cuore e poi ebbe il rapporto con Semele. In questo modo Zagreo finì per essere ospitato nel ventre di Semele (utero in affitto) e crebbe come Dioniso.
Secondo un'altra versione, il cuore di Zagreo fu mangiato da Semele (cotto in brodo! Sic!) ... ma il resto della storia non cambia.

Secondo altri, i figli di Zeus e Persefone erano due: Zagreo e, appunto, Dioniso.

Zeus fulminò i Titani per lo scempio di Zagreo: dalle loro ceneri nacquero gli uomini. E a questo punto il cuore palpitante di Zagreo dovette aspettare un bel po' prima di essere messo in brodo!

Una variante del mito vuole che Era ispirò le sorelle di Semele. Possiamo immaginare che la conversazione partì da molto lontano, ma arrivò presto all'argomento cruciale: il misterioso compagno della ragazza. Le tre sorelle erano gelose, poco da dire: loro erano ancora in attesa di spasimante, mentre la sorellina aveva già un figlio in grembo... 
Sta di fatto che le sorelle soffiarono sul fuoco della curiosità di Semele, spingendola a chiedere allo sposo di mostrarsi. Il resto della storia lo avete appena letto.
Questa versione della vicenda ci riporta immediatamente alla mente la più tarda storia di Eros e Psiche, così come viene raccontata da Apuleio nelle sue Metamorfosi: anche qui una fanciulla ha uno sposo misterioso di origine soprannaturale, che lei non ha mai visto nel vero volto. Anche qui le sorelle, ispirate da una dea vendicativa (Venere), sobillano la sposa a violare il divieto di vedere il vero aspetto del marito, finché quest'ultima, spinta dalla curiosità, cede... e mal gliene incoglie. Anche Psiche morirà, ma anche lei tornerà in vita e sarà accolta tra gli dei.
Ma il mito è spesso di autore anonimo, Apuleio è un letterato latino di cui conosciamo vita, opere e (se dobbiamo credere al processo per magia che lo vide imputato) miracoli.

Secondo un'ennesima versione, Semele non sapeva che il suo sposo fosse Zeus. E per alcuni, al rifiuto del dio di mostrarsi, la principessa fece lo sciopero del sesso. Al che Zeus (per ira? Per imprudente brama di copula?) si mostrò nel suo splendore, con i risultati sopra descritti.

Alcuni altri dicono che Zeus sedusse Semele assumendo le forme di... Beroe, la ninfa sua nutrice. Ovvero, come detto, proprio l'aspetto che Era scelse per portare Semele all'incauta richiesta che la portò alla morte.

Gli abitanti della Laconia spartana ricordavano una versione ben diversa del mito della nascita di Dioniso: il dio sarebbe nato in maniera "canonica" da Semele. Leggete QUI per sapere che cosa accadde dopo.

Il tema dell'"Incauta promessa" si ritrova in molte fiabe e miti. Ne abbiamo fatto un esempio QUI


Comunque, dopo varie vicende, Dioniso fu assunto in cielo e andò agli Inferi a recuperare Semele. La donna fu assunta a sua volta in cielo col nome di Tione.

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