domenica 14 luglio 2013

Remyths - I sette a fumetti

Sulla scia di Eschilo abbiamo presentanto i Sette che attaccarono Tebe (Tideo, Capanèo, Etèoclo, Ippomedonte, Partenopeo, Anfiarao e Polinice). Prima di una riflessione su ciò che questo mito sembra voler esprimere, ecco una breve recensione su una sua versione a fumetti uscita qualche tempo fa.
Il tutto dopo la variazione sui Sette nella saga di Atenodoro l'Acheo (di Marica\Volenteroso, inedito) e prima di un film che, vista la carenza di idee Hollywoodiane, prima o poi arriverà.



SETTE + SETTE A FUMETTI

La benemerita "Mytico!" (LINK qui la prima impressione sulla collana e QUI per acquistare gli arretrati) numero 30 - ottobre 2012 riporta la versione Casali \Assirelli\Studio Arancia \Bertelè del mito dei Sette Contro (a) Tebe e degli Epigoni, nell'albo intitolato, appunto "Sette contro Tebe - In cerca di vendetta".

L'albo segue le "convenzioni" della prima stagione di Mytico!: in una pausa della Guerra di Troia si raccontano le storie del mito antecedenti la Grande Guerra. E stavolta il ruolo del narratore non è assunto da Leandros, il "collante" della serie, ma dall'eroe Diomede in persona: Casali, insomma, lascia la parola a uno dei protagonisti.

Nonostante il target di pubblico di Mytico! sia più di preadolescenti che di adulti, in questo episodio le tematiche del meraviglioso e dell'epico lasciano il posto a elementi più "umani" che fantastici. E questo a prescindere da alcune innovazioni nel racconto originario.

Vedremo come questa narrazione a fumetti abbia dovuto giocare con esigenze editoriali di lunghezza dell'albo, ma anche di direzione editoriale: la vicenda viene trasformata nel suo senso profondo, e trasformata in qualcosa di attuale.

Più che di attualizzazione del mito eterno, però, si può parlare di una visione attuale sul tema della guerra partendo dallo spunto mitico. E si tratta di cose diverse.

Racconteremo la trama dell'albo quasi punto per punto


(quindi scusate per gli S P O I L E R),


riservandoci in nota di dare la versione più tradizionale quando gli autori del fumetto si siano discostati dal "canone".

La vicenda inizia in media res, come il numero di pagine richiede: ad Argo, nella reggia di re Adrasto, gli esuli Tideo e Polinice si stanno per affrontare a duello per questioni d'onore. Ma interviene Adrasto e li ferma: osservando le loro armature [1], dove spiccano il simbolo tebano del Leone e quello calidonio del Cinghiale, il re ricorda che l'oracolo di Delfi
ADRASTO
disse che avrei trovato i mariti per le mie figlie quando un LEONE e un CINGHIALE
avessero lottato nel mio palazzo.
Così Adrasto subito "aggioga al proprio carro" le due fiere: concede sua figlia Deipile in sposa a Tideo, e l'altra figlia Argia a Polinice. Questi ricorda ad Adrasto la promessa di riconquistare i regni da cui erano stati cacciati i due novelli generi, e il re acconsente anche per questioni di avidità [2]
ADRASTO 
Sono un uomo di parola, TIDEO. Lo aiuterò...
soprattutto perché Tebe è una città MOLTO ricca..." 
L'indovino Anfiarao, cognato di Adrasto, viene consultato; si oppone vanamente alla spedizione perché Erifile, moglie del veggente, interviene. La donna ricorda il giuramento che i due uomini avevano fatto: in caso di disaccordo lei sarebbe stata l'arbitro. E, come nel mito, si rivela che dietro questa presa di posizione c'era la corruzione: Polinice, su suggerimento di Tideo, ha promesso ad Erifile la Collana di Armonia
POLINICE 
che dona bellezza immortale.
Emerge dal testo che Tideo, a differenza del mito classico, è mosso esclusivamente da ragioni di onore (vuole riconquistare il suo regno, e sa che non potrà farlo prima che Tebe cada) mentre Polinice 
TIDEO
...è malvagio quanto suo fratello
Forse il fatto che il tutto sia narrato da Diomede, figlio di Tideo, che più avanti scopriremo stravedere per il padre, ha il suo peso? [3]

I Sette campioni (quelli citati da Eschilo) si radunano e inizia l'assedio [4]. Continuano le tensioni tra il "puro" Tideo e il duo ambizioso e avido costituito da Adrasto e Polinice [5]. Anzi: l'invio di Tideo a Tebe in qualità di araldo, sembra dovuto più a una sorta di complotto per eliminarlo che all'ambizione di Tideo.
E qui Casali piega il mito alla sua visione: invece della sfida lanciata da Tideo ai campioni di Tebe, Eteocle cerca di farlo uccidere da cinquanta guerrieri, che il padre di Diomede ovviamente elimina facilmente... solo per uscire da Tebe e tornare indietro al campo argivo minvece che prendere la città dall'interno![6]
Così parte l'assalto finale.
DIOMEDE
E fu come i sette fossero SOLI contro TUTTA Tebe


Non aspettatevi epici duelli prolungati e scontri di massa. Tutto viene sintetizzato in sette immagini in cui umanissimi campioni vengono uccisi da  umanissimi difensori; perfino la morte di Capaneo, benché si dica che fu ucciso dal fulmine di Zeus, avviene per opera della spada di Polifonte; e anche lo sprofondare di Anfiarao sottoterra avviene senza la scena del carro e dell'inseguimento di Periclimeno; e quindi anche senza alcuna traccia del futuro  oracolo dell'eroe a Oropo.
Quanto alla vicenda di Tideo, gli autori hanno dovuto giocare con lo spazio a disposizione e con il target di pubblico (supponiamo impressionabile): niente testa mozzata di Melanippo durante lo scontro, ma  il semplice racconto di come Tideo fosse riportato in tenda moribondo e gli fosse stata consegnata la predetta testa. Cosa fece il padre di Diomede con quel cranio tanto da far andar via inorridita Atena venuta in salvezza, ogni lettore lo immagini partendo da una shilouette di Tideo in cui si vedono solo i suoi denti bianchi.[7]

I Sette sono stati sconfitti. Il corpo di Tideo viene riportato ad Argo e bruciato sulla pira: là il piccolo Diomede giura vendetta [8] e dedica la sua infanzia all'addestramento, in vista della rivincita.
Che finalmente arriva al suo quindicesimo anno di età: un vedicativo Adrasto raduna i figli dei Sette, gli Epigoni, "Coloro che vengono dopo" e li spedisce contro Tebe.
Qui Casali si prende più libertà (e più verosimiglianza) rispetto al mito: là dove si parla di pochi scontri e di fuga dei Tebani, nell'albo si narra di concetti "terra bruciata", di pochi viveri in città [9], e la conquista è, paradossalmente, più incruenta di quanto il mito ci racconti [10]

DIOMEDE
Dei onnipotenti, ancora oggi fa male RICORDARE ciò che accadde. 
Fu orribile.
Quando arrivammo sotto le mura di Tebe, il nostro desiderio di GIUSTIZIA...
... si trasformò in VENDETTA"

E giù scene di tormento e distruzione, di saccheggio e nuovo regno che nasce dalle ceneri.

Concludendo, si può dire che la storia riesce a fluire bene, nonostante sia, in effetti, una doppia storia zeppa di personaggi: Casali è riuscito a selezionare gli episodi, a dare  profondità attraverso citazioni (il ristretto spazio implicava il rovesciamento dell'aurea regola "mostrare invece che raccontare"), a dare poche vere psicologie (in realtà solo quella di Diomede), e a portare la storia dove desiderava.
Già: ma dove volevano arrivare gli autori?
Autocintandomi
Più che di attualizzazione del mito eterno, però, si può parlare di una visione attuale sul tema della guerra partendo dallo spunto mitico. E si tratta di cose diverse.

Il giudizio può apparire duro, quindi va motivato.

Il Remix del mito non può basarsi sulla semplice rilettura dello spunto. Per essere una vera rilettura del mito, deve divenire a sua volta mito, assimilare il suo linguaggio e i suoi fini, parlare delle cose fondamentali ed eterne. Nel caso dei Sette: di come nasca la guerra, non di come un singolo uomo veda una singola guerra. Di come si debba combattere per la Giustizia, per la Patria.
Qui, invece, abbiamo uno spunto banalizzato, nel senso che abbiamo personaggi e situazioni del mito che non servono per perpetuare il mito, ma, spiace dirlo, per  fare un racconto a tema moralistico\educativo per le giovani menti . E per di più di  una morale hic et nunc, atualizzata e figlia di questo presente, e ad esso limitata.
Voi direte che il mito era destinato anche a formare le menti dei ragazzi che stavano diventando uomini, proponendo una visione del mondo che doveva esere lo sfondo comune. Come si può dubitare che questo sia uno dei fini essenziali del mito?
Solo che qui il succo è che la guerra è una cosa brutta, che porta gli uomini cose a fare che non vorrebbero. La guerra come viene descritta in questo albo è troppo umana, poco archetipica.
La guerra si fa per vendetta? Bene. Ma epicamente e miticamente, nessuno si può pentire della guerra: sarebbe come dire che l'uomo non deve lottare per raggiungere qualsiasi obiettivo, non debba perseguire la giustizia.

Con questo non sto giustificando la guerra e i suoi orrori. Ma il mito non si occupa di una guerra quando racconta una guerra! Il mito e l'epica, sua figlia prediletta, narrano non una guerra, neppure quella sotto Troia, ma il Conflitto (o la Guerra con la "G" maiuscola, maiuscola che solo il mito può dare): l'uomo deve lottare per ottenere ciò che è giusto.


L'eccesso della guerra, che qui viene messo in evidenza, è trattato in modo non mitico: non è hybris, la tracotanza di andare oltre l'ordine divino, tant'è che Diomede e gli Epigoni trionfano. E' qualcosa che "umanamente" succede. Fa parte degli errori, degli orrori dell'uomo.
Ma il mito parla dell'Errore, dell'Orrore, dell'Uomo, non del singolo.

La conclusione dell'albo, poi, riporta delle dichiarazioni di Diomede che sono quanto di più anti-mitico mi sia capitato di leggere di recente: l'eroe vorrebbe che venisse cancellato anche il ricordo degli Epigoni e di ciò che hanno fatto!
Perché dico che è antimitico?
Perché il mito deve durare, prolungarsi, essere tramandato. Adattato alle nuove generazioni, ma pur sempre in una prospettiva di immutabilità ogni volta che viene narrato (e quindi mutato).
E rispettoso della sua matrice, quale che sia.

Ecco perché Diomede fa un discorso non mitico, quando chiede l'oblio: per l'eroe omerico, destinato a un mondo senza luce del sole, la gloria postuma è l'unica speranza di sopravvivenza.
Quale sarebbe il senso della scelta di Achille, altrimenti, a prescindere dai ripensamenti nell'Odissea?
A valutarlo col metro di oggi, il discorso che viene presentato in questo albo è politicamente corretto (benché anche nel mondo attuale il "ripudio della guerra" sia più una dichiarazione di intenti, una speranza che una realtà) e dà la visione della guerra che "si ritiene pedagogicamente giusta" in questo momento storico.

Ma dal punto di vista mitico, pur nella sua banalizzazione, le intenzioni di un Pacific Rim riescono ad essere ben più mitiche.


[1] nel mito greco i simboli erano sugli scudi dei due contendenti. Esigenze di chiarezza grafica, peresumo, hanno spinto gli autori a spostare sulle corazze i simboli delle due casate (che, detto così, fa molto Games of Thrones)
 
[2] nel mito i due erano giunti ad Argo in cerca di asilo dopo l'esilio, e proprio come pretendenti delle figlie.
 
[3] Tideo viene invece descritto come feroce in diversi episodi della narrazione mitica.Una versione aberrante del mito riporta come uccise brutalmente Ismene, sorella di Eteocle e Polinice, che pure era sua prigioniera. La stessa versione di Eschilo  lo vede come un superbo desideroso di battaglia. La figura di Polinice oscilla nei grandi tragici: per Eschilo è un empio che si rivolta contro la sua stessa patria, Sofocle amplia le sfumature, Euripide rovescia i tradizionali rapporti: Polinice è colui che ha perso ingiustamente la patria, suo fratello Eteocle è il tiranno.
 
[4] viene omesso il viaggio dei Sette da Argo a Tebe, funestato da cattivi presagi e dall'istituzione dei Giochi Istmici: ma un taglio era necessario per ragioni di lunghezza dell'albo.
 
[5] Casali trova la quadratura del cerchio tra diverse versioni dell'elenco Sette: i campioni sono quelli citati da Eschilo, come detto, ma Adrasto è presente alla guerra come sorta di comandante in capo presente alle operazioni ma che non scende personalmente in campo.
 
[6] la versione del mito è differente: per mostrare il suo valore Tideo sfida i campioni tebani a duelli incruenti, e li batte tutti; quando è già fuori dalla città, cinquanta Tebani gli tendono un'imboscata proprio perché lo temono, e vengono uccisi tutti tranne uno (ovvero muoiono in 49 = 7x7!). Da notare che qui Eteocle di Tebe ha quei caratteri di malvagità che in Eschilo non ha: nel nostro albo nessuno dei due figli di Edipo ha tratti positivi.
 
[7] viene così completamente eliminato il ruolo di Anfiarao nella vicenda: secondo il mito, Tideo era
Tideo e Melanippo (?) sul frontone del Tempio di Pyrgi
stato colpito a morte da Melanippo, e Anfiarao si accorse che Atena stava arrivando a salvare il suo campione e, anzi, a renderlo immortale. Così il profeta lasciò la sua porta, attaccò Melanippo e lo decapitò. Anfiarao, però, non voleva vendicare Tideo: aveva saputo del ruolo dell'eroe calidonio nella vicenda di Erifile, sapeva che anche lui sarebbe morto, e voleva vendetta. Così, consapevole della brutalità di Tideo, gli  lanciò la testa del morto; questi, disumano quanto un Cù Cuhlhain in preda al furore, spaccò il cranio al nemico e ne sorbì il cervello. Fu questo atto a disgustare Atena e a fargli abbandonare il suo campione. Ma la protezione di Atena si trasmise a Diomede, figlio di Tideo, regalandoci il canto V dell'Iliade... ovvero: un eroe può far sanguinare anche un dio olimpico!
 
[8] viene eliminata tutta la vicenda narrata nell'Antigone e nelle Fenicie, per esigenza di spazio e, immaginiamo, per rendere più "straziante" il giuramento di Diomede sul rogo del padre. In quasi tutte le versioni del mito il corpo di Tideo fu sepolto (così come quello degli altri, incluso Anfiarao nel suo particolarissimo modo); alcuni dicono a Tebe da Meone (l'unico dei 50 tebani dell'agguato che Tideo risparmiò) o a Eleusi, portatovi da Teseo. E' però vero che Evadne, moglie di Capaneo, si gettò nel rogo funebre del marito (già fulminato da Zeus). Questo episodio sembra una sopravvivenza del rito Indù (e, forse, indoeuropeo) del Sati, che ritroviamo in versione meno cruda anche nel mito del funerale di Balder.
 
[9] se una cosa ci insegnano i miti greci in merito agli assedi è che nell'età eroica quasi nessuna città cadeva per fame. Le città venivano prese per assalto, inganno (Troia) o tradimento (Megara assediata da Minosse; Roma attaccata dai Sabini alla Rupe Tarpea): le tecniche di assedio erano limitate, e anche la "terra bruciata" operata dagli Achei attorno a Troia (vedi la distruzione di un'altra Tebe, quella Ipoplacia) aveva i suoi limiti, tanto che miticamente le Troiane uscivano a lavare i loro panni al fiume e ricevettero numerosi aiuti (Reso e i Traci; Memnone e gli Etiopi; le Amazzoni di Pentesilea).
 
[10] uso il termine "paradossale" poiché il mito (anche il "posato" ed "apollineo" mito greco) non ha paura di parlare di stupri, violenza, tortura e strazi di corpi. Ma proprio nell'episodio della conquista di Tebe il mito tace su questi aspetti .


Scritto con in sottofondo "The House of Atreus Parte I" dei Virgin Steele , che sarà pure sugli Atridi, ma fa sempre molto mito!

PS. immagini e testi citati non sono miei, e qui sono riportati per puro fine di recensione. Questo blog non ha alcun fine di lucro.

2 commenti:

Orlando Furioso ha detto...

...siete riusciti a farmi ascoltare TUTTA quell'ora e mezza di Virgin Steele... non so se vi perdonerò mai! ;-)
Un caro saluto
Orlando

Aristarco di Samo ha detto...

hahahahhaahahaa!
La seconda parte come sottofondo dell'articolo finale!
(in attesa di leggere Sueprgods da voi ottimamente recensito qui http://fumettidicartarchivio.blogspot.it/2013/06/supergods.html
Eug