domenica 3 ottobre 2010

MIGRAZIONI – Corna, bugie, spergiuri e tribunali 4


Abbiamo raccontato la nascita, l’ascesa, gli amori e le conquiste di quel gran bugiardo chiamato Minosse. Oggi vi racconteremo il suo tramonto e la sua fine.

Minosse, figlio di Zeus, regnava incontrastato a Creta (paese di bugiardi), con due crucci: il toro bianco che era divenuto involontariamente l’amante della moglie, e il Minotauro, frutto di questa immonda unione. Mente il secondo era stato chiuso nel Labirinto costruito da Dedalo, il primo scorrazzava selvaggio e incontrollabile per tutta l’isola.
Forse memore del fatto che il toro era un dono di Poseidone, e delle conseguenze nefaste dell’averlo tenuto in vita, Minosse fece ben poco per catturare la bestia.
Tuttavia il re non si oppose quando a Creta giunse suo fratellastro Eracle (Ercole, alla latina), un altro semidio figlio di una delle tante avventure terrene di Zeus. Eracle doveva assolvere a una delle sue fatiche catturando il toro e portandolo alla corte di Euristeo di Micene: Minosse gli diede via libera, e l’eroe forzuto non fallì l’impresa, catturando il toro e portandolo sul continente.

Quanto al problema del Minotauro, Minosse se lo vide risolto in maniera imprevista dall’ateniese Teseo, figlio di Egeo re di Atene (o, secondo altri, di Poseidone il dio del mare).
Come forse ricorderete, gli ateniesi erano stati sconfitti da Minosse, e costretti a pagare uno spietato tributo: ogni anno dovevano inviare a Creta sette ragazzi e sette fanciulle vergini che dovevano servire da pasto per il Minotauro.
Anche quell’anno giunse la nave ateniese, ma uno dei sette ragazzi era Teseo, già celebre per aver sterminato la razza di manigoldi e assassini che spadroneggiava lungo l’Istmo di Corinto.
All’arrivo della nave, Minosse si comportò come il suo solito: una delle ragazze attirò le sue attenzioni, e il re ne avrebbe approfittato seduta stante.
Teseo si oppose, proclamandosi figlio di Poseidone. Minosse, ancora una volta piuttosto blasfemo e irrispettoso nei confronti del dio del mare, innanzitutto si permise di affermare che il dio non aveva certo rispettato le fanciulle che gli erano piaciute. Poi sfidò Teseo a dimostrare la sua origine divina: il re gettò un anello nel mare e disse che avrebbe riconosciuto Teseo come figlio di Poseidone solo se l’ateniese avesse riportato il gioiello.
Teseo, che non si piegava a nessuno, disse che l’avrebbe fatto solo dopo che Minosse avesse dimostrato di essere figlio di Zeus. Il ragazzo era sfrontato, ma Minosse non poteva accettare una sfida a casa sua: invocò Zeus, e subito il padre mandò un lampo e un tuono.
Possiamo immaginare il ghigno soddisfatto di Minosse quando si girò verso Teseo, ma il giovane si era già tuffato: un gruppo di delfini portò l’eroe al palazzo delle Nereidi e lì Teti (secondo altri si trattava di Anfitrite) diede a Teseo l’anello e una corona ingioiellata, dono nuziale di Afrodite.

Quando l’eroe riemerse, Minosse fu costretto a ingoiare il rospo, ma qualcun altro notò il ragazzo: era Arianna, la giovane figlia del re.
La ragazza, nella notte, si avvicinò di nascosto alla stanza dove Teseo riposava in attesa di esser condotto al Labirinto. Arianna portava con sé due doni per l’eroe: una spada per uccidere il Minotauro e un gomitolo di filo magico, dono di Dedalo, per ritrovare la strada d’uscita dal Labirinto. In cambio Teseo gli donò la corona e promise di portarla con sé e sposarla.

Teseo compì l’impresa: uccise il Minotauro, portò in salvo i compagni e fuggì con Arianna da Creta. Minosse non la prese bene, ma alla fine si riconciliò con Teseo, divenuto nel frattempo re di Atene: il giovane gli aveva rubato una figlia (che poi Teseo abbandonò per ordine di Dioniso), ma gli aveva eliminato la scocciatura e la vergogna del Minotauro. Per suggellare questa pace, Minosse diede in moglie a Teseo un’altra figlia, Fedra: anche questa unione, però, non fu fortunata.

C’era però un altro ateniese che Minosse non aveva proprio intenzione di perdonare: l’inventore Dedalo. C’è chi dice che Dedalo fosse stato chiuso nel Labirinto subito dopo aver permesso l’unione tra Pasifae, la moglie di Minosse, e il toro. Se non accadde a quel tempo, di sicuro fu allora che Minosse rinchiuse nel Labirinto Dedalo e suo figlio Icaro, come ricompensa per aver dato il gomitolo magico ad Arianna.
Ma Dedalo creò delle ali con piume e cera: con esse l’inventore e il figlio fuggirono dal Labirinto.

Minosse uscì fuori dalla grazia di dio: voleva vendicarsi di Dedalo!
Non sapeva che l’ateniese era già stato punito: disobbedendo agli ordini del padre Dedalo, Icaro era volato in alto troppo vicino al Sole, e il calore aveva sciolto la cera delle ali.

Il povero ragazzo precipitò in mare, dove trovò la morte, mentre il padre giunse alla fine in Sicilia, alla corte di Cocalo, re di Camico. Qui costruì grandi monumenti… e dei giochi per le figlie del re.

Minosse organizzò la sua flotta e veleggiò verso occidente.
Ma come stanare l’ingegnoso inventore?
Minosse era uno spergiuro e un bugiardo, ma non era uno sciocco: sapeva che Dedalo non avrebbe resistito a una sfida che solo lui poteva risolvere. Così il re, ovunque sbarcava, mostrava una conchiglia di Tritone, e prometteva una grande ricompensa a chi fosse stato in grado di farci passare attraverso un filo di lino.
Cocalo propose la sfida al suo inventore, e Dedalo ci riuscì genialmente, come al suo solito: fece un forellino nella conchiglia e vi versò dentro del miele; poi prese una formica e le legò attorno un filo sottilissimo; quindi fece entrare la formica nel foro e l’insetto, mangiando il miele, attraversò tutta la conchiglia. Infine Dedalo annodò un filo di lino all’estremità del filo sottile attaccato alla formica… e il gioco fu fatto.

Cocalo andò a reclamare il premio, e Minosse fu come al solito un pessimo pagatore: invece che pagare quanto promesso, fece la voce grossa e reclamò la consegna di Dedalo, l’unico uomo in grado di compiere l’impresa. Non sappiamo se Cocalo, vedendo la flotta cretese, abbia ceduto subito, ma le sue figlie non erano d’accordo: mai e poi mai avrebbero rinunciato a colui che inventava per loro dei giochi così splendidi.
E così tramarono con Dedalo: mentre Minosse si godeva un bagno tiepido, attraverso un tubo nascosto Dedalo fece scendere sul re acqua bollente, o secondo altri pece. Sta di fatto che il re di Creta ci restò secco all’istante.
Ma le sue vicende sarebbero durate anche nell’aldià

Infatti, morto nella sua vasca da bagno più di Marat, Minosse, fedifrago, bugiardo, empio, cornificatore e cornuto concluse la sua carriera mortale basata su bugie e tori, e ne iniziò una nuova, ben più appagante: finì agli Inferi... col ruolo di giudice dei morti, poiché gli dei lo riconobbero come uno dei più giusti tra gli uomini. Visto il curriculum di Minosse, c’è da chiedersi quale fosse il livello di moralità degli altri!
Al suo fianco, nel tribunale infernale, sedevano fratello Radamanto, ormai riconciliato, ed Eaco, un tempo suo rivale.

Lì, secoli dopo, lo ritroverà durante il suo mistico viaggio Dante Alighieri. Ma del regale Minosse rimaneva ben poco: una bestia mugghiante dalla testa di toro, con una grande coda serpentina che si avvolgeva su sé stessa, indicando al peccatore il cerchio cui era destinato.



Coming Soon

La nostra descrizione sulle migrazioni prosegue!
Ci prendiamo una pausa dalla Grecia, dove Cadmo, fratello di Europa, avrebbe fatto furore, e seguiremo Dedalo: continuando a migrare verso Occidente, l’inventore, lasciata la Sicilia, arrivò in Sardegna. Qui si mise al servizio di altri celebri emigrati\immigrati, i figli di Eracle e delle figlie di Tespio, ovvero i Tespiadi. E per loro fabbricò…
Ma di questo parleremo in un prossimo post, il primo della serie dedicato ai colonizzatori mitici della Sardegna.




Alcune piccole note...
Il toro di Creta catturato da Eracle fu lasciato libero da re Euristeo. La bestia fuggì lungo l’Istmo di Corinto giunse sulla piana di Maratona, in Attica. Qui Teseo lo uccise, secondo alcuni mitografi prima del viaggio di Teseo a Creta.

Secondo alcuni il tributo di quattordici fanciulli doveva essere inviato non ogni anno, ma ogni nove anni, cioè al termine di un Grande Anno.

Il mito di Icaro trova una corrispondenza in un mito degli indiani Zuni. Tra loro si narra di un giovane che, innamorato di un’aquila femmina che aveva allevato, la liberò e, tramutatosi a sua volta in uccello, la seguì fino alla Montagna di Turchesi. Qui fu dato al giovane un abito da aquila, ma anche l’ammonizione di non volare oltre la catena di montagne che si vedeva all’orizzonte. Ma un giorno, mentre volava, il giovane fu preso da una sensazione di potere tale che violò il divieto, superò la catena e vide la città dei morti. Dopo varie vicende, come accadde a Icaro, anche al giovane fu strappato l’abito da aquila e il ragazzo precipitò schiantandosi al suolo.

venerdì 17 settembre 2010

MIGRAZIONI – Corna, bugie, spergiuri e tribunali 3



Abbiamo parlato di Minosse e delle bizzarre conquiste amatorie sue e della moglie.
Ora parleremo delle sue conquiste belliche, scoprendo che anche qui ritroviamo la miscela di magnetismo animale e spregiudicatezza nel fare promesse: le caratteristiche del nostro Minosse, insomma.

Minosse fu un grande condottiero: quando gli Ateniesi uccisero a tradimento suo figlio Androgeo, il re di Creta guidò una potente armata per ottenere vendetta.
Innanzitutto, con la sua armata cercò di impadronirsi dell’Istmo di Corinto, e in particolare di Megara. Su questa città regnava Niso, che era invincibile in virtù di un capello d’oro (alcuni dicono di porpora) che gli cresceva in testa.
Mentre l’assedio proseguiva senza successo, Scilla, la figlia di niso, vide più e più volte il re dei Cretesi e, supponiamo vittima del suo magnetismo animale, se ne innamorò. Riuscì a combinare un incontro segreto col re e in quella circostanza, promise a Minosse che avrebbe tagliato il capello fatato (e fatale) del padre, in cambio minosse promise di sposarla.

E qui torna la caratteristica inaffidabilità del re: perché Scilla face ciò che aveva promesso, cioè tagliò il capello uccidendo così Niso e facendo cadere la città nelle mani cretesi, ma Minosse, invece, inorridì per il parricidio (e che? Non poteva inorridire la momento della proposta?) e non solo rifiutò di onorare la promessa di nozze, ma anzi legò Scilla alla prora della sua nave, facendo annegare la ragazza.

Presa Megara, Minosse assediò Atene: gli dei, non si sa perché, furono ancora dalla parte di questo spergiuro, e mandarono una pestilenza contro la città.
Per evitare guai peggiori gli ateniesi furono costretti ad accettare le dure clausole del trattato di pace: avrebbero fornito ogni anno sette fanciulle e sette fanciulli, che sarebbero stati condotti nel Labirinto per fare da nutrimento al Minotauro... per il nostro re di Creta, così come accadeva per il resto dei Greci antichi, la vendetta poteva diventare un motivo di guadagno, seppur particolare!

Tornato in patria, la vita di Minosse fu funestata da un lutto: suo figlio, il piccolo Glauco morì annegato nel miele, ma i Cureti gli dissero di non disperare: il bambino poteva essere resuscitato dall’uomo che avrebbe saputo descrivere meglio di altri il colore di una certa vacca delle mandrie reali che cambiava colore tre volte al giorno (altro bovino particolare in terra cretese...): essa al mattino era bianca, poi diventava rossa ed infine nera, il mattino dopo il ciclo ricominciava.
L’indovino Poliido figlio di Cerano, nativo di Argo (o di Corinto) ci riuscì: la vacca era come la mora, che nasce bianca, poi diventa rossa e quando è matura nera.
Come premio, Poliido fu rinchiuso con il cadavere del piccolo (forse nel Labirinto) ed ebbe l’ordine di non uscire finché non avesse resuscitato Glauco. Immaginiamo la perplessità di Poliido: indovino sì, ma resuscitatore di morti, proprio no!
Mentre rifletteva vide un serpente avvicinarsi al cadavere del bimbo: l’indovino lo uccise. Poi entrò un secondo serpente: vedendo il primo serpente morto, si allontanò, poi tornò con un’erba con cui strofinò il compagno, che subito resuscitò. Poliido prese l’erba e, massaggiando con essa il cadavere di Glauco, riuscì a resuscitare il bambino.
Minosse si rivelò ancora una volta ben lontano dall’ideale di re giusto e onesto con cui è passato alla storia: si rifiutò di lasciar andare via Poliido finché non avesse insegnato a Glauco l’arte della profezia. A malavoglia Poliido completò l’educazione del fanciullo, ma quando finalmente ebbe il permesso di partire, salì sulla nave che salpava e sputò in bocca a Glauco: questi perse ogni potere profetico.

Per una volta il re spergiuro era stato giocato. Ma non sarebbe stata l’ultima...


Alcune piccole note...
I legami mitici tra Creta ed Atene sono molteplici: ricordiamo il mito di Androgeo e dell’invio delle vittime per il Minotauro; poi quello di Teseo, principe e poi re di Atene, amante di una figlia di Minosse e marito di una seconda figlia; quello del toro amante di Pasifae poi divenuto il toro di Maratona; quello di Procri, che curò il re dalla sua maledizione sessuale, figlia del re di Atene Eretteo; quello di Niso re di Megara, che sarebbe nato ad Atene; quello di Dedalo, ateniese in fuga a Creta… forse solo al RPGS, la Royal Pseudo-Geogaphic Society potrebbe approfondire questo argomento con sufficiente competenza.

Secondo un mito, gli dei si impietosirono di Scilla e la trasformarono in airone. Niso sarebbe stato mutato in un’aquila marina.

Il mito di Glauco annegato nel miele sarebbe il ricordo dell’usanza cretese di mummificare i corpi dei defunti immergendoli, appunto, nel miele.

Secondo alcune versioni, Glauco non sarebbe stato resuscitato grazie a Poliido, ma direttamente dal sommo medico Asclepio, figlio di Apollo. Asclepio ripeté l’impresa con Ippolito, figlio di Teseo. Ade, signore dei morti, già stanco di perdere clientela a causa delle guarigioni del grande medico, non tollerò che gli venisse tolto anche ciò che era già suo: si lamentò con Zeus che fulminò il nipote.
Ma Asclepio poi sarebbe resuscitato come dio della guarigione.

mercoledì 15 settembre 2010

MIGRAZIONI – Corna, bugie, spergiuri e tribunali 2


Abbiamo detto che tutti i cretesi sono bugiardi. Anzi. Lo dicevano i cretesi stessi.
Tra le varie storie più o meno inverosimili che tramandarono agli altri Greci, abbiamo riportato quella che narra di come Minosse, divenuto re di Creta, alla faccia della sua leggendaria giustizia, si rifiutò di rispettare un giuramento da lui fatto: non sacrificò a Poseidone il toro che il dio mandò dal mare, per aiutare il nipote a rivendicare il trono.
Strana gente questi semidei: proprio loro che ne sono figli o discendenti, fanno finta di non conoscere la permalosità e l'implacabile sete di vendetta dei propri parenti divini. Forse Minosse contava sulla protezione del padre...
E in effetti Poseidone non si vendicò direttamente sul nipote fedifrago: preferì usare Pasifae, la bella moglie di Minosse, figlia del Sole.

L'unione tra i due era stata feconda: Androgeo, Catreo, Deucalione II, Glauco, Arianna, Fedra e altri figli avevano dimostrato quanto il figlio del dio-toro avesse a letto il vigore taurino del padre.
Anzi: il re non risparmiava delle sue attenzioni nessuna donna piacente dell'isola. Britomarti preferì buttarsi da una rupe pur di sfuggire alle attenzioni del re, mentre Peribea non sfuggì alla sua passione e le ninfe Paria e Dessitea gli diedero dei figli.

Per ripicca o per gelosia, la legittima sposa maledisse Minosse, e con successo: ogni volta che il re aveva un rapporto sessuale, dal suo membro uscivano serpenti e scorpioni. Possiamo immaginare la soddisfazione delle partner...
Minosse si salvò solo grazie a Procri, che in cambio di alcuni doni magici (un cane cui nessuna preda poteva sfuggire e un giavellotto infallibile) accettò di donargli l’ “erba di Circe”, che guarì il e dalla maledizione. Minosse, spergiuro, credeva forse che tutti fossero come lui, quindi costrinse Procri alla garanzia “soddisfatti o rimborsati”: fu proprio Procri a dividere il letto con Minosse e a verificare (immaginiamo con quanta apprensione) che il rimedio in effetti era efficace.

Nel frattempo Pasifae (immaginiamo) dovette rassegnarsi all'astinenza con il legittimo consorte. Ma forse la regina era già distratta da altro: per effetto dell'ira di Poseidone (anche se non si esclude un intervento vendicativo di Afrodite), Pasifae si era innamorata del bellissimo toro... Sì, proprio del toro che il marito non aveva voluto sacrificare.
Una passione bruciante, certo, inestinguibile, ovvio, insoddisfacibile (scusate l'invenzione linguistica) anche se non per volontà della dama. Lei sarebbe stata anche consenziente, ma c'era il fatto che il toro si trovava bene nella mandria di Minosse, si godeva il suo harem e non voleva (giustamente) sapere di null'altro che non fosse una vacca.
Così la povera Pasifae si struggeva d'amore non corrisposto.

Ma, come nelle epoche attuali, la scienza viene incontro laddove la natura impedisce. A Creta si era rifugiato Dedalo, geniale inventore ateniese che aveva ucciso il nipote Talo (allievo che stava già superando il maestro) gettandolo giù dall'Acropoli.

L'inventore, da buono scienziato, non si mise scrupoli di coscienza: voleva vedere il suo genio prevalere su una natura che contrastava il volere dell’uomo. Così ideò una struttura cava di legno ricoperta di pelli di vacca, talmente perfetta da ingannare chiunque. E anche il toro si fece ingannare: come era suo solito appena vedeva una nuova vacca, andò a montarla, solo che stavolta l’essere era artificiale… e dentro c’era nascosta Pasifae, che così poté vedere le sue voglie appagate.

Sopresa sopresona, la regina rimase incinta. Ma quando nacque il bambino, questo era mostruoso: aveva il corpo umano e la testa di toro!
Il Minotauro, insomma.
I mitografi dicono che Minosse era venuto a sapere dell’accoppiamento proibito, e quindi aveva stabilito che il bambino mostruoso non poteva che essere figlio del toro. Ma non possiamo escludere che il re, in fondo figlio anche lui di un toro, non avesse avuto il dubbio che quella mostruosità fosse frutto dei suoi lombi (magari come effetto collaterale di serpenti e scorpioni). Sta di fatto che Minosse aveva già imposto a Dedalo di non lasciare Creta per punizione (o forse per ammirazione del suo genio e con pensiero di poterlo avere a suo esclusivo servizio), e ora lo obbligò a risolvergli la patata bollente: uccidere il bimbo non si poteva (in fondo era una punizione per gli spergiuri del re, questo era certo), ma non si poteva neppure lasciarlo in giro...
Così Dedalo concepì il famoso Labirinto di Creta, la casa dove il Minotauro, chiamato Asterione, attendeva le vittime che Minosse gli avrebbe procurato.
Ma questa era un’altra faccenda, e non fermò gli spergiuri di Minosse.


Alcune piccole note...
Si dice che Minosse sia stato l’inventore del rapporto omosessuale: il giovane Mileto, Ganimede e perfino l’eroe ateniese Teseo sarebbero stati suoi amanti.

Lo strano amante di Pasifae non potè godersi il suo serraglio vaccino in tranquillità: giunse dal continente Eracle, altro bastardo di Zeus. L'eroe, su incarico del cugino Euristeo re di Micene, doveva catturare il toro di Creta per compiere una delle sue celebri fatiche.
Minosse acconsentì che il fratellastro catturasse il toro, ed Eracle lo portò con sé nel continente. Euristeo, poi, lasciò in libertà il bovino. La bestia vagò per il Peloponneso, l'Istmo e l'Attica portando devastazione, finché proprio Teseo, “cugino” (pare che il suo padre divino fosse Poseidone, anche se suo padre umano era Egeo) lo catturò di nuovo a Maratona.

Il Minotauro, mezzo uomo e mezzo toro, si nutriva di carne umana. Perché un mezzo bovino sia necessariamente carnivoro è un simbolo complesso da spiegare…

“La casa di Asterione” è un racconto breve, meraviglioso, di Josè Luis Borges. Leggetelo, come vi invitiamo a leggere tutta la produzione del maestro del fantastico argentino: ne vale la pena.

martedì 7 settembre 2010

MIGRAZIONI – Corna, bugie, spergiuri e tribunali 1



I cretesi? Erano tutti dei gran bugiardi.
Ce lo garantisce Epimenide, che era cretese, e se non conosceva lui i suoi compatrioti... generando così un bel paradosso: se Epimenide diceva la verità, almeno un cretese (Epimenide stesso) non sarebbe stato bugiardo. Ma se diceva la verità, allora tutti i cretesi sono bugiardi, quindi anche lui, quando afferma che tutti i cretesi sono bugiardi, mente... e così via all'infinito.

Ci interessa proprio tanto questo sproloquio? Beh, sì.
Intanto perché i Cretesi (bugiardi?) dicevano che Zeus non solo è nato a Creta, ma lì muore ogni anno e ogni anno risorge. Tanto che ne mostravano la tomba. Zeus, il padre immortale degli immortali, che muore? Mah...

Poi perché proprio da Zeus derivò la stirpe che rese celebre Creta. Una stirpe che ha avuto degli strani rapporti (in senso letterale, a volte) con i tori, con le bugie e con i tribunali. E soprattutto dei veri “extracomunitari” dell'epoca eroica: erano cioè barbari di origine.
Ma andiamo in ordine.
Erodoto di Alicarnasso (padre della storia e pare gran bugiardo anche lui, benché non fosse un cretese) dice che il primo rapimento avvenuto tra Asiatici e Greci fu quello che coinvolse Europa, figlia di Agenore.
Costui lo abbiamo già nominato nella strana genealogia di Danao: sarebbe discendente di Io, la figlia del fiume Inaco (nell'Argolide) concupita da Zeus e (si dice) trasformata in vacca. Comunque sia andata, Agenore, fosse o meno un greco emigrato di terza generazione, regnava sulla costa libanese o giù di lì.
Sua figlia Europa (toh! L'eponima del nostro continente era nata in Asia!) giocava sulla riva del mare quando il bisnonno Zeus, evidentemente non morto, ma anzi ben vitale, la vide e la concupì.
A Zeus piaceva sollazzarsi con le belle donne mortali, fossero o meno sue parenti. Ma temeva l'ira della mogli legittima, Era, quindi amava trasformarsi per godersi in incognito le sue conquiste.
Invece che mutarsi in passerotto bagnato, in cigno, nel marito della spasimata o in pioggia d'oro (i mitografi non sono per lo più cretesi, quindi bisogna dar loro credito), stavolta si tramutò in toro, un bellissimo toro.
Questo toro\Zeus andò pigramente sulla spiaggia dove giocava Europa. Le fanciulle che accompagnavano la principessa si spaventarono, ma lei no: il toro sembrava così mansueto...
Europa trovò il coraggio, e iniziò a mettere ghirlande sulle corna del toro: lui stava quieto, anzi si accovacciò. Europa trovò un altro po' di coraggio e, spinta dalla curiosità, si sedette in groppa del nostro toro (honni soit qui mal y pense).
D'improvviso la bestia si alzò con Europa in groppa, e scattò verso il mare: la povera fanciulla si strinse alle corna per non cadere, e dopo poco tempo vide la riva allontanarsi. Immaginiamo che Europa non sapesse nuotare, e che Zeus\toro fosse veramente infaticabile (ancora una volta non pensate male... per ora, almeno!), perché portò la sua preda fino a Creta.
Qui il dio del cielo riassunse la sua vera forma, sedusse la ragazza (possiamo immaginare in quale stato mentale fosse la giovane) e la mise incinta.

La ragazza poi fu accasata con Asterione, il re del paese e privo di figli: matrimonio riparatore, certo, ma Zeus tornò più volte a trovare la sua amata, perché, dicono i mitografi cretesi e non cretesi, i figli di questa unione furono ben tre: il famoso Minosse, il fratello quasi altrettanto famoso Radamanto, e Sarpedone, destinato a minor gloria.

Alla morte di Asterione questi tre baldi immigrati avrebbero preso il potere, dando origine alla seconda delle grandi famiglie nobili della Grecia: discendenti di una straniera e di sangue non esattamente greco puro.

Solo che ci furono problemi tra fratelli, e Minosse prevalse sugli altri solo perché si rivelò un sovrano adatto a un popolo di bugiardi.
Sfidato a provare il suo diritto al trono, Minosse invocò suo zio Poseidone, fratello di Zeus, affinché mandasse un segno che confermasse le sue pretese: se il dio delle acque avesse mandato non un cavallo (animale a lui sacro), ma l'animale di famiglia, un toro, Minasse glielo avrebbe sacrificato. E subito dal mare si levò un toro bellissimo: gli altri pretendenti tacquero, sconfitti.

Solo che il toro era davvero troppo bello, e forse ricordava “papà” al nuovo re. Sta di fatto che, una volta vinta la disputa, Minosse non si sentì di immolarlo in sacrificio come aveva promesso.
E qui il nuovo re, che sarebbe stato ricordato per la giustizia delle sue leggi, fece il furbo e lo spergiuro: rinnegò la parola data, fece un sacrificio alternativo (ma meno oneroso) e pensò che le cose sarebbero finite lì.
Per sua sfortuna non sarebbero finite lì...

Alcune piccole note...
Le monete greche da due euro ricordano proprio il mito del rapimento di Europa.

Alla scomparsa di Europa, Agenore fu disperato: ordinò ai suoi figli di cercare la ragazza e di non tornare senza di lei. Nessuno la trovò, e nessuno tornò, ma divennero immigrati famosi, eponimi di terre famose. I nomi dei suoi figli erano Fenice (eponimo della Fenicia, più o meno l'attuale Libano), Cilice (eponimo della Cilicia, regione costiera dell'Anatolia davanti a Cipro) e Cadmo: ma questo è un altro celebre immigrato in Grecia, e ne racconteremo la storia.

Sconfitto da Minosse nella disputa per il trono, Sarpedone migrò in Licia (secondo una versione fondò la città di Mileto). Radamanto rimase a Creta e fu il redattore delle leggi talmente buone che, alla sua morte, gli dei scelsero proprio Radamanto come uno dei giudici infernali.

venerdì 27 agosto 2010

MIGRANTI - Argo e le Danaidi 2


Un pretendente al trono che torna da lontano. Per di più con 50 figlie a carico. E con una fretta maledetta di stanziarsi in città per resistere al bellicoso arrivo di 50 nipoti, figli del fratello. Ecco in sintesi la storia di Danao e delle sue figlie fino ad ora.
La storia di un "immigrato di ritorno" (anche se, forse, le sue ascendenze erano quanto meno dubbie) che, da buon eroe culturale, porta innnovazioni e nuovi culti in Grecia, ma ha il problema di far sposare le figlie con la popolazione locale.
Da lui avrà origine la nobiltà greca che così si trovò ad essere discendente di, appunto, un emigrato, delle autrici di una strage di massa e di un gruppo di corridori.
Ma vediamo come andò.

Abbiamo detto che, grazie al presagio del lupo che attacca una mandria argiva, Danao diventa re di Argo. In ringraziamento, l'egizio fonda un santuario di Apollo Licio (Apollo del Lupo), e poi aspetta. Perché il nuovo re è sicuro che i figli del fratello Egitto lo stiano inseguendo, ed è sicuro che, da buoni generi, una volta sposate le figlie, uccideranno il suocero e gli prenderanno il trono.
Ma Argo non da molte garanzie in caso di guerra: infatti è priva di acqua, e tutti possono immaginare quanto questo sia importante in una città assediata nella calda estate greca. Si dice che la piana fosse stata maledetta da Poseidone, che ritirò tutte le acque dall'Argolide perché la città preferì dichiarare suo nume protettore Era piuttosto che lo "Scuotitore di terra".
Così Danao manda in giro le sue figlie (straniere) a cercare ciò che i locali non hanno trovato: una sorgente.
Mentre vagava da sola, Amimone, una delle Danaidi, fu aggredita da un satiro che le voleva usare violenza: ma alle grida della ragazza apparve Poseidone stesso, che respinse il satiro scagliandogli contro il suo tridente. Il tridente mancò il colpo e si conficcò nella roccia, ma il satiro fuggì.
A questo punto Poseidone violentò (o sedusse, la confusione su quanto accade tra giovani anciulle umane e gli dei è d'obbligo!) Amimone, e poi le concesse di estrarre il tridente: dalla roccia sgorgò la Fonte di Amimone, che diede origine al fiume (e alla palude) di Lerna.

E il giorno tanto temuto giunse: da una nave sbarcarono 50 giovani, i figli di Egitto. Volevano ciò che avevano chiesto tempo prima: sposare una Danaide per ciascuno. In questo mito (ma anche in tanti altri) l'ereditarietà del trono sembra proprio andare per linea femminile...
Forse Egitto non si sente sicuro del suo diritto al trono, e quindi vuole l'unione tra i suoi figli e le figlie del fratello per togliere ogni dubbio. Qualche malizioso autore suppose che l'intenzione dei 50 baldi giovani fosse quella di uccidere le donne (e lo zio\suocero) dopo la prima notte di nozze.
Danao sospetta che, a prescindere dal destino delle figlie, lui comunque sarà presto eliminato. Quindi rifiuta, e i suoi bellicosi nipoti asssediano Argo.
Benchè le Danaidi si ingegnino ancora una volta, scavando pozzi (di cui almeno quatto sacri), alla fine la città deve arrendersi per sete, e Danao cede alle richieste dei figli di Egitto.

Così vengono celebrati i 50 matrimoni, con criteri di scelta degli sposi alquanto singolari: a volte una Danaide era destinata a un figlio di Egitto perché le rispettive madri avevano lo stesso rango, altre volte perché il nome di un'altra era simile a quello del futuro sposo: nei casi più "disperati" si dovette ricorrere alla sorte, con estrazione dei nomi da un elmo.
Durante la festa nuziale, però, il diffidente \ previdente padre consegnò a ciascuna figlia uno spillone da capelli: il singolare dono di nozze doveva servire a colpire a morte lo sposo non appena si fosse addormentato in seguito alle fatiche della prima notte.
Così 49 Danaidi nella notte obbedirono al padre e a mezzanotte uccisero i mariti. Solo Ipermestra risparmiò il marito Linceo: questi aveva rispettato la sua verginità, e la sposa, riconoscente, chiese consiglio alla dea (vergine e cacciatrice) Artemide. Su suggerimento divino, Linceo fuggì a sessanta stadi dalla città, in un luogo chiamato... Lincea (è dubbio se il nome ci fosse prima o dopo la sua fuga), dove, in mancanza di cellulare, accese una fiaccola per segnalare alla sposa che era arrivato sano e salvo.

Danao mise sotto processo Ipermestra per disubbidienza, ma il tribunale la assolse, sostenendo che la fedeltà coniugale prevaleva sull'obbedienza agli ordini del padre. Così Linceo potè rientrare ad Argo, ed essere riconosciuto erede al trono. Atena ed Ermes, con l'approvazione di padre Zeus, purificarono le fanciulle dal delitto, con l'acqua della Palude di Lerna.
Le teste dei figli di Egitto uccisi furono sepolte a Lerna, e i corpi ad Argo. Quando Egtto, tempo dopo, giunse in Grecia, alla notizia della fine di figli si rifugiò ad Aroe, dove morì.

Danao ora, da buon padre, aveva però il problema di "sistemare" le figlie. Bandì così una gara di corsa tra i pretendenti: chi fosse arrivato primo avrebbe il diritto di prima scelta tra le fanciulle, il secondo il diritto di seconda scelta e così via fino al quarantanovesimo classificato. Solo che i contendenti furono ben meno di 49! E a buona ragione: il premio erano le nozze con donne nobili sì, ma che erano
a) straniere
b) omicide
c) magari anche pazze e disposte a ripetere l'exploit dello spillone con i nuovi mariti...
Così solo pochi presero il rischio. Ma la prima notte delle (seconde) nozze andò bene, ovvero senza nessun nuovo morto. Così il padre replicò la corsa e stavolta il successo fu garantito: tutte le Danaidi trovarono marito.
I discendenti di queste nozze furono chiamati Danai, nome che si estese a tutti i nobili dell'Ellade dell'età eroica, che in vari modi si imparentarono con loro.
Così i Greci si poterono dire a buon titolo discendenti di un immigrato, di corridori e di un gruppo di omicide!

Lieto fine, dunque?
Beh, proprio no. Anche se le sue intenzioni non fossero state queste fin dall'inizio, ben presto Linceo uccise il suocero. Pare avrebbe voluto fare lo stesso con le cognate ma gli Argivi (dobbiamo immaginare d'accordo con i nuovi mariti delle Danaidi) glielo impedirono.
Quanto alle Danaidi, una volta defunte ebbero sorti diverse: Ipermestra fu premiata per la sua fedeltà al marito, le altre furono condannate e dai Giudici dei Morti (altri discendenti di immigrati...) a raccogliere in eterno da un fiume infernale dell'acqua... con degli orci bucherellati come setacci.
La loro punizione era, dunque, eterna.

Alcune piccole note...
Secondo altri mitografi non fu solo Ipermestra (o Ipermnestra) a risparmiare lo sposo, ma anche la sorella Amimone. In effetti, secondo alcune fonti, la condanna delle Danaidi colpisce solo 48 sorelle (Ipermestra e Amimone non sono condannate dai Giudici dei Morti).
Tuttavia non dobbiamo dimenticare che Amimone ebbe un figlio da Poseidone, e ciò potrebbe essere bastato per avere l'esenzione dalla pena.
Ma si sopetta che "Amimone", ovvero "senza colpa" sia solo un soprannome, e che quindi la Danaide che risparmiò il marito alla fin fine sia stata proprio e solo Amimone\Ipermestra...

Gli Argivi celebravano diversi riti legati a questa vicenda: a Lincea celebravano una festa annuale con l'accensione di vari falò per ricordare la fuga di Linceo; celebravano altresì la cosiddetta Gara Imenea (Imeneo, figlio di Apollo e di una Musa, o di Dionso e Afrodite presideva alle nozze) per commemorare le due gare che portarono alle nuove nozze delle Danaidi.

Si narra che le Danaidi importarono i Misteri di Demetra dall'Egitto, le Tesmoforie: esse furono celebrate ad Argo fino al ritorno dei Dori. Dopo allora questi Misteri sopravvissero in Acadia.

Poseidone era stato sconfitto nella competizione per il "patrocinio" di Argo: lui e la sorella Era si contendevano questa terra, ma il fiume Inaco (l'antenato di Danao secondo la versione "greca" delle origini), e in suoi fratelli fiumi Cefiso e Asterione preferirono la dea. Il dio delle acque e dei terremoti non la prese bene, come abbiamo detto.

La vicenda del patrocinio di Argo non fu il solo caso da cui Poseidone uscì sconfitto: l'Attica gli preferì Atena; Nasso andò a Dioniso; Egina a Zeus; l'acropoli di Corinto toccò ad Elio. Poseidone ottenne solo l'Istmo di Corinto e metà di Trezene (l'altra metà toccò ad Atena... e il mito di Teseo riprende questo doppio protettorato).
A quanto pare l'unica terra che ottenne senza problemi fu Atlantide... che infatti si riprese con terremoti e inondazioni a casua dell'empietà dei suoi abitanti. Sempre che Platone non abbia inventato tutto!

Da Amimone e Poseidone nacque Nauplio il vecchio, che fu un grande navigatore: fu infatti il primo ad orientarsi sulla Grande Orsa e fondò il porto di Nauplia. Egli fu il nonno del Nauplio (II) che fu padre di Palamede e portatore di tante sventure (specie marittime) agli eroi di ritorno da Troia.

Secondo alcuni la vicenda di Amimone precede la presa di potere su Argo.

E' indubbio che tutta la storia delle Danaidi si lega al concetto dell'acqua che manca: arrivano dal mare; cercano una fonte e sono la causa del fiume e della Palude di Lerna (di cui la mostruosa Idra fu l'emblema); una di loro ha rapporti con Posedione, dio delle acque, e ne nasce un figlio navigatore e fondatore del porto di Argo; scavano pozzi; per l'eternità sono constrette a cercare di trasportare dell'acqua...

La storia di Danao ed Egitto si inserisce in una sequela di lotta tra fratelli o parenti che proseguirà e sarà tipica della famiglia: saranno rivali i nipoti di Linceo (Acrisio e Preto) e lo saranno Eracle ed Euristeo (cugini).

La gara per ottenere una donna nobile (spesso la figlia del re) in matrimonio si ritrova in vari miti: in quello di Enomao e Pelope, di Eurito ed Eracle, nella gara per la mano di Atalanta. Nella storia di Ulisse e Icario abbiamo una variante (la "fuitina" degli sposi), e se vogliamo in questo campo rientra anche la sfida proposta da Penelope ai Proci, con la gara dell'arco.
Leggermente diverso è il caso di Pelia ed Admeto, dove lo sposo dovette aggiogare al carro delle fiere per ottenere le nozze.
E' da ricordare come, nel caso di Enomao e di Eurito, queste gare sfociarono con la morte del vecchio re.
Il mito di Danao è una variante: Linceo non partecipa alla gara ma uccide comunque il suocero.

L'uccisione del vecchio re da pare del nuovo re\paredro della donna che garantiva la regalità ha quindi due varianti: da un lato l'uccisione è fatta dal genero, dall'altra è il figlio o il nipote. Quando l'uccisione nasce da una rivalità sucoero\genero, la premeditazione è spesso dichiarata (vedi il mito di Pelope); quando risale alla parentela diretta, il mitografo "addolcisce" la vicenda e inserisce un elemento di fatalità per cui l'uccisore non riconosce l'ucciso.
Anzi, spesso, il futuro omicida sta cercando la futura vittima per riconciliarsi con lui. Così accade nel mito di Perseo e Acrisio (nipote e nonno), in quello di Telegono e Ulisse (figlio e padre), di Altemene e Catreo (figlio e padre)... Edipo uccide il padre Laio non sapendo chi ha di fronte.

Un'ennesima variante è quella del mito di Egeo e Teseo: il figlio è la causa indiretta della morte del padre (suicida).

Il numero di figlie di Danao (e di figli di Egitto) è convenzionale: 50 sono i Tespiadi figli di Eracle, 50 l'insieme di figli e figlie di Priamo, 50 sono le Nereidi (che però talvolta arrivano fino a 100, ovvero 50+50).
Secondo Graves (I miti Greci, 60.3) 50 era il numero delle sacerdotesse della Luna, riunite in collegio e incaricate di far piovere nel paese con riti magici.

L'idea che i figli di Egitto intendessero sposare le figlie di Danao e poi uccidere il suocero rientra nella logica che vede il re\sposo della dea, ormai vecchio, venisse sostituito e ucciso dal nuovo re\nuovo sposo della sacerdotessa rappresentante la dea, in modo da avere sempre un sovrano "vigoroso" e fertile che garantisse in questo modo la fertilità del suolo.
Il fatto che Danao anticipasse i generi, lo mette nella stirpe di Caino: secondo alcuni Caino non era più malvagio di Abele, ma solo più veloce, e uccise il fratello prima che questi potesse fare lo stesso con lui!

Come abbiamo accennato, la radice dei "migranti" Danao\Danaidi si può collegare a quella della celtica Dea Danu, da cui discesero i Tuatha dè Dannan, le popolazioni divine che invasero l'Irlanda nell'età mitica. Altri immigrati...

giovedì 19 agosto 2010

DEFINIZIONI AUTOREVOLI - Un po' ciò che accade in questo Blog



[...]
Odo l'Ebreo che legge le sue storie e i suoi
salmi
Odo i ritmici miti dei greci e le
eroiche leggende dei romani,
Odo il racconto della vita divina e della morte insaguinata
dello splendido dio, il Cristo,
Odo l'Indu che insegna al suo discepolo prediletto gli
amori, le guerre, glia dagi, trasmessi fedelmente fino a
oggi, da poeti che scrissero
tremila anni fa.


W. Whitman, Foglie d'erba, Poesia di saluto (traduzione di Igina Tattoni, edizioni Newton Compton)

lunedì 2 agosto 2010

MIGRANTI - Argo e le Danaidi 1

Sono loro ad averci regalato (tra le varie cose) la parola "barbaro" e quel sottofondo un po' discriminatoro che accompagna la definizione: i "barbari" sono coloro che balbettano, che non sanno parlare bene la nostra lingua... e con un, ahinoi!, triste salto logico, "barbari" sono coloro che non capiscono, che sono estranei, e quasi sempre inferiori.
"Loro" sono naturalmente i Greci, gli Elleni, i Danai... i migratori per eccellenza, alla ricerca di uno "spazio vitale" altrove (prima sulle coste dell'Asia Minore\Anatolia, poi verso la Magna Grecia\Italia del Sud+Sicilia). "Barbari" anche loro, in fondo.

"Arrivano i barbari" diventerà "Mamma li Turchi" e poi "Attenti ai Vù cumprà". E, con un altro salto, anche i Greci, così attenti a tenere fuori dall'Anfizionia Delfica e dalle Olimpiadi tutti coloro che non erano di sange ellenico, avrebbero apprezzato il concetto mentale odierno che in uno statunitense non vede un extracomunitario: loro accettarono i Romani, "barbari" ieri, ma in fondo amici, discendenti, liberatori...
Pare proprio che la realtà della minaccia culturale e fisica dello straniero sia sempre subordinata al potere posseduto da chi è lo straniero.

Ma chi sono i Greci, in fondo in fondo? Innanzitutto furono Elleni, discendenti di Elleno, venuto dalla Tessaglia, e dei suoi figli Acheo, Doro, Eolo (II) e Xuto (padre putativo di Ione). Ma la Tessaglia è una regione greca, dunque possiamo in un certo senso definirli autoctoni, cioè nati dallo stesso suolo in cui vivono.
Possiamo quindi dire che le loro idee sulla purezza e la necessaria appartenenza alla stirpe nascono da un fondo di continuità genetica?
In realtà no.

Leggiamo Omero, padre della Grecità così come gli Elleni stessi la intendevano. Il poeta chiama Achei gli assedianti di Troia, ma li nomina anche come Danai e Argivi. Danai ed Argivi sono più o meno la stessa cosa, perchè si riferiscono ad Argo, leggendariamente una delle città originarie (anzi: secondo i suoi abitanti fu la prima città, ma tante altre città gli contestano il primato!), e a Danao, il suo leggendario primo... ops!, secondo o terzo o quarto re!
Gli Elleni sono Danai, discendenti di Danao, e su questo i Greci dell'età arcaica avrebbero avuto quasi nulla da contestare.

Ma chi era Danao?

Immaginate la scena: Argo, un giorno come tanti (all'epoca si navigava solo di giorno), la zona del porto (che non era esattamente dentro la città, ma nei pressi). Una nave si affaccia nel golfo, una nave dalle fattezze egizie, la prima nave con due prore che mai avesse solcato il mare.
Sopra un uomo venerabile per età, le sue 50 figlie, di certo qualche marinaio (la nave l'avrà pur governata qualcuno di esperto, no?).
Sbarco della strana congrega, qualche stentato balbettìo barbarico, riconoscimento: Danao, re spodestato d'Egitto è arrivato a reclamare il trono di Argo. E Danao ha molta fretta di avere il trono che, a suo dire, gli spetta...

Danao, in realtà, ci vogliono far credere che fosse greco, o per lo meno oriundo (cioè poteva giocare per la nazionale argiva se avesse ottenuto il passaporto di anfizionico): lui discendeva da Io, figlia del fiume Inaco, posseduta da Zeus e tasformata in giovenca per sfuggire al vigile sguardo della gelosa Era.
Ma la moglie (cornificata) del re degli dei non era sciocca: la dea sospetta qualcosa. Zeus, infatti, era per sè stesso un mutaforma... anche con Era si era avvicinato come uccellino intirizzito dalla pioggia, e quando lei lo aveva preso in braccio... il dio tornò alla sua forma umana e la violentò!
Comunque Era si fa regalare dal marito la vacca\Io, e da lì inizia una sequenza di vicende burlesche e tragiche che porta la povera Io, sempre in forma di vacca a essere presa, portata di qua e di là, perseguitata da un tafano, attraversare il Bosforo e giungere in Egitto dove finalmente recupera la forma umana, partorisce il figlio di Zeus (Epafo), si sposa col sovrano locale e fonda il culto di Iside.

Epafo sposò Menfi, figlia del Nilo, e ne nacque Libia, che da Poseidone ebbe Agenore (padre di un paio di "emigranti di ritorno" in Grecia) e Belo. Da Belo e Anchinoe (altra figlia di Nilo), finalmente, nacquero Danao ed Egitto.
Danao ebbe le cinquanta figlie femmine di cui abbiamo detto, Egitto ebbe cinquanta figli maschi. Cosa fare di meglio per risolvere questioni di eredità, che far sposare le cinquanta Danidi con i cinquanta figli di Egitto? Così la pensava Egitto, anche perchè, mettendo lui la parte maschile delle nozze collettive, sperava di esautorare il fratello. Così Danao, malfidandosi, si era dato alla fuga in direzione Argo, la terra di mammà (anzi dell'antica nonna).

Danao chiede il trono di Argo, l'abbiamo detto, anche per avere un rifugio da Egitto e i suoi figli che, ne è certo, lo stanno inseguendo.
Gelanore, re di Argo, rise alla pretese dello straniero (in fondo il verbo "ghelào" da cui deriva il suo nome significa "rido", no?). Ma visto che siamo in Grecia, tutto si trasforma in un bel dibattito democratico: Gelanore sarebbe probabilmente rimasto re se, durante il dibattito, un lupo non fosse appraso, sbranando una mandria lì vicino. Gli argivi, evidentemente più interessati ai presagi che a salvarsi le mandrie, interpretarono che se non avessero dato pacifcamente il trono a Danao, questi se lo sarebbe preso con la forza!

Così Danao, l'immigrato di ritorno, divenne re di Argo, e della sua discendnza ne parleremo in un prossimo post.
Ma quello che più ci preme qui è un'altra cosa: Danao era davvero un oriundo greco?

Riflettiamo: la storia di Io sedotta e trasformata, vittima della gelosa furia di Era, è dettagliata ed articolata, ma presenta anche altri finali oltre a quello egizio: secondo Strabone la fanciulla\vacca avrebbe partorito nell'isola di Eubea (Grecia che più Grecia non si può) e lì sarebbe morta. Secondo il bizantino Giovanni Malalas, invece, Io avrebbe partorito Libia in Argolide, fuggì in Egitto ma poi proseguì fino alla Siria dove morì.
Solo nel secondo caso c'è il legame con l'Egitto, ma il nome del pargolo divino cambia, anche se rimane all'interno della genealogia "classica".
Tuttavia sembra non esserci dubbio che il mito abbia avuto una sua "vita" a prescindere da quello dell'arrivo di Danao.

La storia di Danao e delle Danaidi che sbarcano nell'Argolide è ugualmente articolata e complessa (i suoi sviluppi, come detto, verranno descritti in un prossimo post) e ha un suo valore a prescindere dal mito di Io (il "presagio del lupo" potrebbe giustificare l'ascesa al trono dello straniero al di là della sua presunta ascendenza).

Quella che sembra artificiosa è la genealogia che collega i due protagonisti.

Epafo è stato identificato con il bue Apis (il sacro bovino di Menfi) perchè era così fin dall'origine o lo è stato proprio per collegare due miti in origine separati?
Libia (nipote o figlia di Io che fosse), Menfi, Nilo, Tebe (altra presunta figlia di Epafo e Menfi) sono nomi di luoghi, gli dei (Posedione, ma anche Belo = il Baal cananeo) appaiono a colmare "buchi"...
Da Agenore discenderanno Fenice (eponimo della Fenicia), Cilice (eponimo della Cilicia), Taso (eponimo dell'isola omonima), Fineo e altri due immigrati famosi, Cadmo ed Europa.
Insomma: una famiglia quanto meno "geografica", che ci ricorda certi elenchi del biblico Libro della Genesi, dove le parentele degli eponimi servono a stabilire rapporti di legmi tra i popoli.
Da qui il dubbio: Danao era davvero un discendente di Io, o era leggendariamente solo un sovrano straniero in fuga dalla sua terra, giunto per caso nel Peloponneso e lì divenuto protagonista del mito?



Patone narra che un sacerdote di Sais disse a Solone che i Greci furono sempre dei fanciulli rispetto agli Egizi.
Un'origine Egizia nobilitava e "anticava" la stirpe, e forse solo successivamente, quando il concetto di "barbaro" divenne sinonimo di "diverso in senso negativo (e inferiore)", fu necessario per la dignità della stirpe attribuire anche ai venerandi egizi un'origine greca.
Così i discendenti di Danao non si vollero più considerare stranieri (seppur provenienti dall'illustre stirpe dei Faraoni) e gli Elleni assimilarono e assorbirono questi lupi venuti dall'esterno, che avrebbero preso le terre natie con le cattive, se non fossero state loro cedute con le buone.