martedì 31 marzo 2015

REMYTHS – Il Mito per Antonomasia



ANTONOMASIA, CHI ERA COSTEI?

UN DIVERTISSEMENT MITICO
Sugli ormai irrinunciabili social network, frequento amabili gruppi di persone intelligenti e disponibili a giocare con la cultura. Mi è così capitato di creare un piccolo testo che radunasse molti (ma non tutti) i “nomi per Antonomasia” (o i modi di dire) del mito classico o della leggenda che sopravvivono nella nostra lingua.
Il testo è stato rivisto e qui segue: non si tratta di un’opera di valore, ne sono ben consapevole, poiché è un divertissement: il suo fine è nello stesso gioco enumerativo.
In maiuscolo compaiono i termini legati al mito (non tutte antonomasie pure, lo anticipo).
Dopo parleremo di cosa si intenda per antonomasia, e spiegheremo i termini evidenziati.

UN AMORE MITICO
Lui era bello, un vero ADONE o un APOLLO; forte come un ERCOLE, un GIGANTE d’altezza, era però NARCISO e amava solo sé stesso.
Tutto cambiò quando vide lei, giovane NINFA, una VENERE tascabile. La desiderò, e per avvicinarla andò a banchetto dal padre di lei, il RE MIDA del commercio, un CRESO dei suoi tempi.
Si propose al suo ANFITRIONE come MENTORE della fanciulla, e lui accettò.

Si sentiva come se fosse giunto nei CAMPI ELISI: poteva stare vicino a lei, avrebbe voluto essere il suo PIGMALIONE, CUPIDO d’amore. Ma non capiva se l’appagamento del suo desiderio fosse solo una CHIMERA: alle profferte di lui, talvolta fatte con atteggiamento da SOLONE, lei restava impassibile come una SFINGE. Ogni suo sforzo sembrava una TELA DI PENELOPE, una FATICA DI SISIFO più che una D’ERCOLE destinata, dopo tanta pena, all’OLIMPO.

Inoltre la madre di lei era proprio un’ARPIA, una MEGERA capace di diventare una FURIA, una ERINNI impetuosa come un TIFONE perché sospettava che lui mirasse alle ricchezze della famiglia o, peggio, un SATIRO attratto dalle GRAZIE della fanciulla. Giurò che l’avrebbe smascherato, e minacciò che presto lui avrebbe sentito la SIRENA della polizia.

Lui, ormai, si sentiva tra SCILLA E CARIDDI: il timore di non avere corrisposto l’amore da un lato, dall’altro la SPADA DI DAMOCLE delle minacce della diffidente madre.
Non riusciva più a CADERE TRA LE BRACCIA DI MORFEO, né a provare piacere tra i DONI DI BACCO. Il desiderio insoddisfatto, vero SUPPLIZIO DI TANTALO, lo consumava.

Un giorno si guardò allo specchio, e ciò che vide non gli piacque: il riflesso non mostrava un suo SOSIA, ma un uomo stanco e malato. Dove era finito il bel giovane di una volta, l’APOLLO ammirato da tutti?
D’improvviso ritrovò il FILO D’ARIANNA dei suoi pensieri, uscì dal LABIRINTO in cui era finito e tagliò quel NODO GORDIANO che lo legava a lei.
Lasciò la casa, l’amore impossibile, le minacce, tornò alla sua vita. La sua PSICHE ne fu subito sollevata.

Anni dopo, il nome di lei, ANTONOMASIA, era solo un'ECO, come un segno su un ATLANTE a indicare un luogo che non era più.


UNA FIGURA RETORICA MITICA
Ma cos’è l’Antonomasia?

L’indispensabile Treccani riporta:
antonomasia Figura retorica consistente nel sostituire il nome di una persona o di una cosa con un appellativo o una perifrasi che lo identifichi inequivocabilmente: il Ghibellin fuggiasco (Dante); la città celeste (il Paradiso).

Quindi una figura di sostituzione, che però richiede una inequivocabilità che il mito classico, con i suoi racconti eterni e la sua vasta diffusione, può fornire.

Ma a cosa serve?
Citiamo stavolta l’altrettanto indispensabile wikipedia


Come indicato da Pierre Fontanier, le funzioni principali della figura sono:
1) attribuire al nome proprio di un determinato individuo un significato adattabile ed estendibile ad altri soggetti, a partire dalle qualità specifiche di quel primo soggetto.
A una persona aggressiva e distruttiva potremmo ad esempio dire:
«Sei un vero Attila!»
con ciò intendendo che Attila è il distruttore per antonomasia.

2) riferirsi a un individuo con un epiteto, che, sempre a partire dalle qualità del soggetto, diviene un nome per indicarlo:
«In vista nuove rivelazioni sul pianeta rosso»
dove il "pianeta rosso" sta per Marte. […]


Sempre nella stessa pagina troviamo indicate le modalità secondo le quali può avvenire la sostituzione del nome.

 


1) Un nome comune al posto di un nome proprio:
«Il Poeta [Dante] si rivolse a lui con le seguenti parole.»
2) Un nome proprio per un nome comune:
«Tuo figlio è un Einstein.»
[…]
3) Un nome proprio per un altro nome proprio ("Ghino di Tacco" per Craxi)
4) Un nome comune per indicare un individuo ma anche la categoria cui questi appartiene e cui viene associato a partire dalla considerazione di una qualità ritenuta esemplare (un epicureo)


Venere e Adone (Tiziano)

SVELANDO IL MITICO GIOCO
Date le premesse, ecco svelate quelle che (non sempre, a dire il vero) sono antonomasie riportate nel mio testo.

ADONE: figlio dell’incestuoso amore tra Smyrna e suo padre Cinira, per la sua avvenenza fu conteso tra Afrodite e Persefone. La gelosia portò Ares, amante “storico” di Afrodite a farlo uccidere da un cinghiale. Da allora le donne di Tiro lo piangono, e un fiore porta il suo nome. Per antonomasia è l’uomo bello.

ERCOLE (forte come un): il semidio figlio di Zeus e Alcmena è, per antonomasia, l’uomo forte, specie grazie alla fama raggiunta per aver superato le sue favolose Dodici Fatiche (si veda oltre)

GIGANTE: i Giganti erano figli di Gea\Gaia, ma madre. Enormi e violenti affrontarono gli dei e ne uscirono sconfitti in una mitica battaglia combattuta, si dice, tra i Campi Flegrei presso Napoli: le zone vulcaniche furono i resti di quella battaglia, e gli Olimpi prevalsero solo con l’aiuto di Eracle. Su uno dei Giganti, Encelado, fu scagliata contro l’isola di Trinacria, l’attuale Sicilia, e i tentativi che il gigante ancora fa per liberarsi della sua enorme prigione provocano i terremoti e le eruzioni dell’Etna. I Giganti erano altissimi (così li ricorda Dante nell’Inferno) e sono rievocate per indicare un individuo di grande altezza.

Narciso (Caravaggio)
NARCISO: era un bellissimo cacciatore e, per questa ragione, restò indifferente ai doni di Afrodite (così come lo era Ippolito); rifiutò le profferte della ninfa Eco, che dal dolore ne morì. Allora le sorelle di Eco lo maledissero: quando Narciso si fosse innamorato, avrebbe subito la stessa sorte della sventurata ninfa. Un giorno Narciso giunse a una fonte e, chinatosi a bere, vide un giovane bellissimo di cui subito si innamorò: era la sua stessa immagine. Alcuni dicono che, straziato per questo amore impossibile, si gettò nella fonte e lì annegò; secondo altri si uccise con una spada, e le gocce del suo sangue macchiarono per sempre il fiore che da lui prese il nome. Quel che è certo, fu che da allora chi ama sé stesso più di chiunque altri, è ricordato col suo nome.

NINFA: alcune ninfe erano nate dal sangue dell’evirato Urano (come pure accadde ad Afrodite e alle Erinni), altre figlie dei “vecchi del mare” (Oceano e Nereo), altre ancora di diverse divinità. Legate a diversi aspetti della natura (piante, fonti, mari, stelle) erano bellissime e sempre giovani, erano amate da dei e satiri. Indicare una donna come una ninfa significa sottolineare la sua bellezza giovanile.

VENERE: la dea dell’amore e della bellezza. Per antonomasia, una donna bellissima.

RE MIDA: mitico re di Frigia, aiutò Pappo Sileno, il satiro che accompagnava Dioniso nel suo corteo. Per ricompensarlo, il giovane dio si offrì di esaudire un desiderio del re, e questi incautamente chiese di poter trasformare in oro ogni cosa che toccava: siamo nel campo della fiaba del “desiderio incauto” (che si ritrova altre volte nel mito di Bacco), ma Dioniso mantenne il suo giuramento. Così Mida ebbe il suo tocco magico e divenne ricchissimo… salvo che si accorse che non poteva nutrirsi e rischiava di trasformare in statua d’oro chiunque toccasse, cari compresi. Pentito, chiese aiuto al dio, che gli ordinò di lavarsi nelle acque del fiume Pattolo, levandogli così il dono che si era rivelato una maledizione. Essere un re Mida significa dunque essere ricchissimo, o essere in grado di trasformare qualsiasi attività in redditizia.

CRESO: qui siamo nel campo della storia leggendaria, più che nel mito vero e proprio. Creso era il ricchissimo re di Lidia, un regno che prese il posto di quello di Frigia, ed era devotissimo ad Apollo, che gli diede consigli… mal interpretati dal re, che fu condotto così alla rovina dalla guerra contro i Persiani. “Ricco come Creso” indica una persona dalle enormi fortune.

ANFITRIONE: esule principe Miceneo, aveva sposato la bellissima e virtuosissima Alcmena. Di lei si invaghì Zeus che, sapendola fedele, poté possederla solo assumendo le fattezze del marito, partito per la guerra. Il frutto di questo amore fu Eracle o Ercole. Si dice “Anfitrione” chi ospita nella propria casa… anche se non tutti gli anfitrioni sono disponibili a concedere ciò che Zeus si prese con l’inganno.

MENTORE: a lui Ulisse, in partenza per la Guerra di Troia, affidò l’educazione di Telemaco, l’unico figlio del re di Itaca e di Penelope. Mentore è il prototipo del saggio consigliere, tanto savio che Atena stessa prese le sue fattezze per proteggere e guidare Telemaco, minacciato dai Proci. Per antonomasia, il “mentore” è chi, solitamente più anziano, consiglia con saggezza ed esperienza, ma non si propone come gerarchicamente superiore a colui che è il suo protetto.

CAMPI ELISI: la zona dell’Ade (il regno dei morti) in cui, dopo il decesso, stavano le anime di coloro che erano stati amati (o protetti) dagli dei. Per estensione il paradiso, o una condizione di beatitudine. Anche un celebre viale di Parigi. 

PIGMALIONE: re di Cipro. Scandalizzato dalle donne dell’isola, scolpì una statua bellissima e se ne innamorò, finché Afrodite la trasformò in una vera donna. Si usa il suo nome per indicare un uomo che istruisce una giovane donna per amore (si veda l’omonima commedia di G.B. Shaw, poi trasposta nel film “My fair lady”)

CUPIDO = in effetti questa non è un’antonomasia, ma ho usato il nome latino del dio dell’Amore (Cupido, Cupidinis = desiderio).

CHIMERA: mostro figlio di Tifone ed Echidna. Il suo corpo era composito: la testa di leone che sputava fiamme, il corpo di capra, la coda di serpente velenoso; o, secondo altri, con le tre teste dei diversi animali. Fu uccisa da Bellerofonte in groppa a Pegaso. Si dice “chimera” un’illusione, un’idea senza fondamento, una fantasticheria.

SOLONE: dal mito alla leggenda… alla storia. Legislatore di Atene, poeta, politico, a lui un sacerdote di Sais raccontò il mito di Atlantide, come riferisce Platone. Oggi il suo nome si usa, con un tono ironico se non sarcastico, per indicare chi pontifica di riforme o ritiene di dare pareri autorevoli, un tipo saccente e moralista.

SFINGE: il mostro (il cui nome significa “la strangolatrice”) figlia di Ortro (o Tifone) ed Echidna, rappresentata in vari aspetti, tra i quali poi prevalse quello misto del volto di donna, corpo e artigli di leone, ali d’aquila. Perseguitava Tebe, ponendo il famoso indovinello: chi non sapeva rispondere veniva sbranato (o precipitato dall’alto). Ma un giorno giunse Edipo figlio di Laio: risolse l’enigma e la Sfinge, scornata, si gettò da una rupe morendo. Il suo nome è passato a indicare una donna (o un uomo) enigmatico, che non rivela i suoi pensieri e sentimenti. Di tutt’altro significato sono le sfingi egizie o orientali (gli stessi mitografi greci chiarivano che la Sfinge non era di origine ellenica ma veniva dall’Etiopia).

TELA DI PENELOPE: si narra che i Proci, i pretendenti alla mano di Penelope mentre di Ulisse non si avevano più notizie, insistessero perché lei scegliesse un nuovo marito. Lei, astuta quanto il coniuge, rispose che prima doveva completare il lenzuolo funebre per il suocero Laerte. Ma se tesseva di giorno, di notte ella disfava il suo lavoro, che così veniva prolungato indefinitamente. Dal mito, l’episodio viene utilizzato per indicare qualcosa che non finisce mai.

FATICA DI SISIFO: re di Sicione, ingannò Zeus e la morte stessa più volte. Per punizione, quando alfine giunse al Tartaro, fu costretto a spingere un masso fino alla vetta di un monte aguzzo dal quale questo rotolava inesorabilmente a valle, costringendolo a ricominciare da capo l'inutile impresa. Tale nome si dà alle fatiche che non portano a nulla.

(FATICA) D’ERCOLE: le leggendarie dieci (o dodici) fatiche imposte a Eracle\Ercole da Euristeo, re di Micene. Indicano fatiche sovrumane. Di Ercole ricordiamo anche le Colonne d’Ercole (il limite invalicabile) e l’essere come Ercole al bivio (essere indecisi davanti a una scelta importantissima).

OLIMPO: il monte più alto della Grecia, sede degli dei. Altro termine per indicare una sorta di meta ideale, un paradiso.

ARPIA: Aello, Ocipete e Celeno, figlie di Taumante ed Elettra. Le “rapitrici” avevano ali d’uccello e volto da vecchia orrenda, forse erano personificazioni della tempesta. Per antonomasia, un’arpia è persona avara e malevola, una donna brutta, cattiva, bisbetica.

MEGERA: una delle tre Erinni (o Furie). Si intende di donna maligna, astiosa, specie se vecchia e brutta.

FURIA \ ERINNI: l’una il nome latino, l’altra greco delle tre sorelle Aletto, Tisifone e Megera, nate dal sangue che cadde dal membro evirato di Urano. Divinità infernali vendicatrici specie dei delitti di sangue (in particolare quelli contro le madri, come capitò a Oreste che aveva ucciso la madre Clitemnestra per vendicare il padre Agamennone), spargitrici di discordie e pestilenze. Si usa il loro nome per indicare il rimorso, ma anche (come è il caso del nome Megera), una donna maligna, con connotati violenti.

TIFONE: figlio di Gea, ultimo e più grande nemico degli dei Olimpi. Il suo nome passato a indicare un tipo di violento ciclone del Pacifico (anche se il termine, più probabilmente, deriva dal cinese t’ai fung)

SATIRO: creatura mezzo uomo e mezzo capro, legato alla natura e al corteo di Bacco. I Satiri erano attratti dalle ninfe che però li respingevano. Il loro nome è passato a indicare un uomo rozzo, dai modi rustici e selvatici, dalla morbosa sensualità, che cerca di sfogare i propri istinti sessuali in forme violente e anormali.

GRAZIE: nome latino delle Cariti greche, Talia, Eufrosine e Aglaia, figlie di Zeus ed Eurinome (per Ugo Foscolo Pallade, Venere e Vesta). Indicano la bellezza e la perfezione del corpo femminile. Per estensione le bellezze fisiche di una donna.

SIRENA: lungi dall’essere metà donna e metà pesce, nel mito greco le Sirene erano parte donne e parte uccelli. Con il loro canto ammaliavano i marinai portandoli a naufragare, finché Ulisse passò indenne e loro (o almeno una di loro: Partenope), per lo scorno, si uccisero. Il loro canto è passato a indicare… il suono penetrante e fastidioso dei segnalatori acustici di forze dell’ordine, autoambulanze, vigili del fuoco e quant’altro.

SCILLA E CARIDDI: Scilla fu amata da Glauco, ma lo fuggì terrorizzata. Allora il dio chiese aiuto alla maga Circe, che facesse un filtro d’amore; ma la maga, volendo tutto per sé Glauco, fece un filtro ben diverso: dopo averlo bevuto Scilla divenne un orrendo mostro, che manteneva la figura umana fino al bacino, ma le gambe erano divenute un groviglio di serpenti con musi di cane feroce. Disperata, si rifugiò nello stretto di Messina su uno scoglio antistante Cariddi: questa era una ninfa ladra e vorace, che fu tramutata in un’enorme lampreda che formava un gorgo in grado di inghiottire le navi di passaggio. “Essere tra Scilla e Cariddi” significa trovarsi tra due grandi pericoli contemporanei e inevitabili, e dover scegliere quale affrontare.

SPADA DI DAMOCLE: dal mito alla leggenda. Si narra che Damocle, amico e cortigiano del tiranno di Siracusa Dionisio “Il Vecchio”, non nascondeva d'invidiare la sorte e i privilegi del potere regale. Il tiranno l'invitò allora a prendere il suo posto per un giorno, e durante il banchetto della sera gli fece trovare sopra la testa una spada sguainata, appesa soltanto con un crine di cavallo. Solo allora Damocle comprese il pericolo sempre in agguato per chi detiene un grande potere. L’espressione indica un grave pericolo incombente.

CADERE TRA LE BRACCIA DI MORFEO:  Morfeo, figlio di Ipno e della Notte, è il dio preposto alla creazione dei sogni in cui appaiono forme umane, che suscita nei dormienti sfiorando le loro palpebre con un mazzo di papaveri. Suo fratello Phobetor era preposto ai sogni con gli animali e l’altro fratello Phantasos a quelli con oggetti inanimati. Il modo di dire indica l’addormentarsi.

DONI DI BACCO: Bacco è un altro nome di Dioniso, il dio dell’ebbrezza e del vino.

SUPPLIZIO DI TANTALO: punito dagli dei per una colpa (c’è chi dice che avesse messo alla prova l’onniscienza degli Olimpi offrendo loro le carni del figlio Pelope o di aver rubato l’ambrosia e il nettare che davano l’immortalità) fu gettato nel Tartaro, incatenato per sempre a un albero carico di frutti, ai piedi di una limpida fonte; ma tanto i frutti quanto l'acqua si allontanavano da lui ogni volta che vi si avvicinava, condannandolo così a soffrire la fame e la sete per l'eternità. Si dice per chi soffre per avere vicino qualcosa che si desidera moltissimo ma che non può avere.

SOSIA: nella commedia plautina Amphitruo (Anfitrione, vedi sopra), Sosia era il servitore di Anfitrione. Così come Giove aveva assunto le fattezze del re per sedurre la casta Alcmena, così Mercurio assunse quelle di Sosia per aiutare il padre nell’impresa. Sosia è quindi passato, per antonomasia, a indicare una persona talmente simile a un’altra da poter essere scambiata per lei.

APOLLO: dio della luce, delle arti, della musica, della profezia, della medicina… e chi più ne ha, più ne metta. Come “adone”, il suo nome è passato ad indicare, per antonomasia, un uomo bellissimo.

FILO D’ARIANNA e LABIRINTO: figlia di Minosse di Creta e sorella del Minotauro, si innamorò di Teseo, intenzionato a uccidere il Minotauro. Per aiutarlo fornì all’eroe ateniese un gomitolo di filo che il giovane cominciò a svolgere appena entrato nel Labirinto (il palazzo di Creta dove viveva il mostro), e che gli consentì poi di ritrovarne la via d'uscita. Con “filo di Arianna” si indica dunque un mezzo che permette di uscire da una situazione intricata o anche di guidare qualcuno verso la salvezza o altro. Il Labirinto è passato a indicare, appunto, una situazione intricata da cui è difficile uscire.

NODO GORDIANO: tra mito e leggenda si narra che Gordio, un povero contadino, un giorno arrivò con il suo carro alle porte di Telmisso, la città principale della Frigia, dove il trono era vacante. Lì un’aquila si poggiò sul timone del suo carro. La popolazione vide il prodigio e, dietro suggerimento di un Oracolo, proclamò subito il contadino re. Gordio fondò una città cui diede il proprio nome e vi eresse un tempio a Zeus, in cui custodì il giogo e il timone del suo carro dopo averli legati insieme con un nodo inestricabile. L'Oracolo predisse che colui che fosse riuscito a separare i due pezzi del carro sciogliendo quel nodo sarebbe divenuto re di tutta l'Asia. Tutti fallirono nell’impresa, finché nella città di Gordio arrivò Alessandro il Macedone. Dopo avere cercato in tutti i modi di sciogliere il nodo, risolse la questione tagliandolo in due con la spada. Poi partì per le sue conquiste, realizzando così la profezia dell'Oracolo. Per “nodo gordiano” si intende una faccenda o situazione intricata, complicata, molto difficile da comprendere e ancor più da districare o risolvere. Mentre “tagliare il nodo gordiano” significa risolvere una situazione complicata con metodi spicci..

PSICHE: “l’anima” in lingua greca; ma anche il personaggio allegorico protagonista della “Favola di Amore e Psiche” (in realtà una fiaba iniziatica) inserita all’interno delle Metamorfosi di Apuleio.

ECO: la ninfa Eco era una gran parlatrice. Un giorno che Zeus si intratteneva con le Ninfe sua sorella, dal cielo calò la gelosissima Era, moglie di Zeus e regina degli Olimpi: Eco distrasse Era con le sue chiacchiere permettendo la fuga del fedifrago re del Cielo, ma Era se ne accorse. Irritata, decise di punire Eco, levandole la voce propria, e costringendola a ripetere solo l’ultima delle parole dette da qualcun altro. Immaginate la conversazione che poté svolgersi tra la povera ninfa e Narciso (sì, quello che abbiamo già citato), che non solo era un egoista, ma che la sventurata Eco non poteva convincere con le sue parole! Visto che lei ripeteva solo quanto detto da Narciso, questi, già disinteressato, la ritenne un po’ pazza, e dopo un po’ tornò ai suoi affari, lasciando dietro di se la disperata Eco, che si lasciò morire di fame e di dolore. Di lei rimane solo una voce scorporata, appunto un’eco (femminile anche in italiano, badate bene!)

ATLANTE: quando Crono invecchiò, divenne il capo dei Titani, il principale oppositore di Zeus e della nuova generazione di dei che sfidarono i vecchi poteri. Con l’aiuto dei Ciclopi e degli Ecantochiri (i giganti Centimani), Zeus vinse, e chiuse i Titani nel Tartaro. Tranne uno: Atlante, che per il suo ruolo fu condannato a reggere il peso del cielo. Le sue vicende successive si legano ai miti di Eracle e di Perseo, finché il Titano fu trasformato in montagna, l’attuale catena nordafricana dell’Atlante. Ma perché è dunque collegato ai libri che riportano le carte geografiche? Era d’uso nel Rinascimento mettere delle figure di Atlante nei frontespizi dei libri di geografia e quindi, per sineddoche più che per antonomasia, questi tomi presero il nome di Atlante.
L'Atlante Farnese



NB: le immagini, come i testi citati, sono tratte dal web e non mi appartengono, ma sono qui a corredo dell’analisi. Per i testi si sono consultati anche i siti www.treccani.it e http://dizionari.corriere.it/dizionario-modi-di-dire . Questo blog non ha fini di lucro.

2 commenti:

GIOCHER ha detto...

MANONE'VERO UNTARALLO!

Antonio Masia era un notissimo luogocomunista della Sez. Togliatti di Orzulei negli anni '60. Compare del Carta Raspi, peraltro

Eugenio Marica ha detto...

;-)